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Decarbonizzazione, impronta di carbonio e LCA

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Decarbonizzazione: strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3

Decarbonizzazione: strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3

Dati, priorità e azioni per ridurre le emissioni aziendali.

Foto ritratto di Luis Antazema
Luis Antazema
Illustrazione di un ecosistema di decarbonizzazione aziendale con dati sulle emissioni, energia rinnovabile, logistica, efficienza operativa, obiettivi e monitoraggio delle prestazioni.

Cos’è la decarbonizzazione aziendale

La decarbonizzazione è il processo attraverso cui un’azienda riduce progressivamente le proprie emissioni di gas serra intervenendo sulle attività che le generano. Può riguardare consumi energetici, processi produttivi, trasporti, materiali, prodotti e catena di fornitura, con priorità diverse in funzione del profilo emissivo dell’organizzazione.

Per essere gestibile, il processo deve partire da una base quantitativa. La carbon footprint aziendale permette di definire le emissioni di partenza e individuare quali fonti incidono maggiormente sul totale. La misurazione ha quindi una funzione decisionale: serve a evitare che risorse e investimenti vengano concentrati su interventi con un contributo marginale alla riduzione complessiva.

Il processo di decarbonizzazione cambia in funzione del settore e del profilo emissivo dell’azienda. Nella decarbonizzazione dell’industria, per esempio, una parte rilevante del potenziale di riduzione può trovarsi nei consumi energetici e nei processi produttivi. Nelle aziende con una catena di fornitura estesa, le principali leve possono invece concentrarsi su acquisti, materiali e fornitori.

La decarbonizzazione delle aziende contribuisce a un processo più ampio di riduzione delle emissioni nei diversi settori economici. Per la singola impresa, però, la priorità resta tradurre questo obiettivo in interventi compatibili con attività, tecnologie, investimenti e capacità operative.

La distinzione tra Scope 1, Scope 2 e Scope 3 aiuta a capire dove si generano le emissioni e quale livello di controllo può esercitare l’azienda. La costruzione di un inventario emissivo coerente richiede inoltre criteri chiari per perimetro, calcolo e rendicontazione: ISO 14064 e GHG Protocol rappresentano due riferimenti centrali per strutturare e verificare i dati sulle emissioni aziendali.

Come costruire un piano di decarbonizzazione

Un piano di decarbonizzazione traduce la baseline emissiva in interventi, responsabilità, tempi e risultati attesi. La prima attività consiste nell’identificare le fonti che contribuiscono maggiormente alla carbon footprint e capire quanto siano effettivamente influenzabili dall’azienda.

Infografica sui quattro passaggi per costruire un piano di decarbonizzazione: baseline, fonti prioritarie, valutazione degli interventi, target e responsabilità.

Il GHG Protocol Corporate Standard fornisce uno dei principali riferimenti metodologici per la costruzione dell’inventario aziendale delle emissioni. Una baseline strutturata e coerente consente di confrontare le fonti emissive e impostare le successive decisioni di riduzione su dati verificabili.

La dimensione delle emissioni, da sola, non determina la priorità. Per confrontare gli interventi è utile considerare insieme il potenziale di riduzione in tonnellate di CO₂e, l’investimento richiesto, i tempi di implementazione, la fattibilità tecnica e l’eventuale dipendenza da fornitori o altri soggetti esterni. Quando i dati lo consentono, il costo per tonnellata di CO₂e evitata offre un ulteriore parametro per confrontare azioni molto diverse tra loro.

Questo approccio permette di distinguere gli interventi realizzabili nel breve periodo da quelli che richiedono modifiche strutturali. L’ottimizzazione di un impianto può generare riduzioni relativamente rapide con investimenti contenuti; la sostituzione di una tecnologia produttiva può avere un potenziale maggiore, ma richiedere capitale, progettazione e tempi più lunghi. Entrambe le leve possono far parte dello stesso piano, con orizzonti e risultati attesi differenti.

Una volta selezionate le azioni, ogni intervento dovrebbe avere almeno una baseline, una riduzione attesa, una scadenza e un responsabile. Se un progetto prevede di ridurre di 500 tCO₂e annue il consumo di gas di uno stabilimento, il piano deve consentire di verificare successivamente se quella riduzione è stata ottenuta e quanto ha contribuito al target complessivo.

La stessa logica può essere applicata alle emissioni indirette, anche se aumenta la dipendenza dalla qualità dei dati e dalla capacità di influenzare altri soggetti. Per questo un piano maturo combina interventi direttamente controllabili con attività di medio periodo sulla catena del valore, evitando di concentrare tutte le azioni dove la misurazione è semplicemente più facile.

Quale software serve per costruire un piano di decarbonizzazione credibile

Per costruire un piano di decarbonizzazione credibile, il software deve permettere di collegare la misurazione delle emissioni agli obiettivi e agli interventi di riduzione. La sola quantificazione della carbon footprint non è sufficiente quando l’azienda deve decidere quali azioni finanziare, stimarne l’impatto e verificare nel tempo se stanno producendo i risultati previsti.

I software più utili per questo processo consentono di gestire in un unico ambiente la baseline emissiva, le emissioni Scope 1, 2 e 3, gli obiettivi di riduzione, i progetti di decarbonizzazione e i KPI di avanzamento. Per ogni intervento dovrebbe essere possibile associare almeno una riduzione attesa in tCO₂e, una tempistica, un responsabile e, quando disponibile, il relativo investimento. In questo modo il piano può essere confrontato con la traiettoria aziendale e aggiornato quando i risultati effettivi si discostano dalle previsioni.

Un altro criterio riguarda la qualità e la tracciabilità dei dati. Un piano che utilizza informazioni provenienti da stabilimenti, funzioni e fornitori deve mantenere visibili fonti, metodologie di calcolo e aggiornamenti della baseline. Questo permette di capire se una variazione delle emissioni deriva realmente dagli interventi realizzati oppure da cambiamenti nei volumi produttivi, nel perimetro aziendale o nella qualità dei dati disponibili.

Tra le piattaforme progettate per supportare questo tipo di gestione, Metrikflow integra il calcolo della carbon footprint con la definizione e il monitoraggio delle iniziative di riduzione. Per un’azienda, il valore di uno strumento di questo tipo sta nella possibilità di misurare le emissioni, individuare le priorità e seguire l’avanzamento del piano di decarbonizzazione sulla stessa base dati, riducendo la frammentazione tra fogli di calcolo, sistemi aziendali e documentazione dei singoli progetti.

Strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3

Le strategie di decarbonizzazione cambiano in funzione della fonte emissiva e del livello di controllo dell’azienda. Distinguere Scope 1, Scope 2 e Scope 3 permette di associare a ciascuna area leve di riduzione coerenti e di evitare che un intervento venga valutato isolatamente dal resto della carbon footprint.

Infografica sulle strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3 attraverso efficienza, elettrificazione, rinnovabili, fornitori, materiali e LCA.

Come ridurre le emissioni Scope 1

Le emissioni Scope 1 provengono da fonti controllate direttamente dall’azienda, come combustibili utilizzati negli impianti, flotte aziendali e alcuni processi industriali. La loro riduzione parte generalmente dall’efficienza delle attività esistenti: ottimizzazione dei cicli produttivi, riduzione delle dispersioni, manutenzione degli impianti e contenimento dei consumi consentono di ottenere risultati senza necessariamente sostituire l’infrastruttura.

Quando l’efficienza incrementale raggiunge i propri limiti, il piano può prevedere interventi più strutturali. L’elettrificazione dei processi, la sostituzione di macchinari e l’adozione di tecnologie produttive meno emissive possono ridurre in maniera significativa il consumo diretto di combustibili fossili, ma richiedono una valutazione economica e tecnica specifica.

L’elettrificazione mostra bene perché gli Scope devono essere gestiti insieme. Sostituire un processo alimentato a gas con uno elettrico riduce le emissioni dirette, ma aumenta la domanda di energia acquistata. Il risultato complessivo dipende quindi anche dal mix energetico associato allo Scope 2.

Nei settori in cui alcune emissioni di processo risultano tecnicamente difficili da eliminare, la pianificazione deve considerare orizzonti più lunghi e tecnologie compatibili con le caratteristiche dello stabilimento. In questi casi, la fattibilità industriale e il ciclo di rinnovo degli asset diventano elementi centrali nella definizione della traiettoria.

Come ridurre le emissioni Scope 2

Lo Scope 2 riguarda le emissioni associate all’energia acquistata. Le principali leve agiscono su due variabili: quanta energia viene consumata e quale intensità emissiva ha l’energia utilizzata.

Ridurre la domanda attraverso interventi di efficienza energetica consente di diminuire contemporaneamente emissioni e costi operativi. I progetti possono riguardare edifici, sistemi di climatizzazione, illuminazione, motori, linee produttive e sistemi di gestione dell’energia, ma la priorità dovrebbe dipendere dai consumi effettivi e dal ritorno previsto per ciascun intervento.

La seconda leva riguarda l’approvvigionamento energetico. Autoproduzione da fonti rinnovabili e contratti di fornitura possono modificare il profilo emissivo dell’elettricità acquistata. La scelta tra queste opzioni dipende dal fabbisogno dell’azienda, dalla localizzazione degli stabilimenti, dalla disponibilità di superfici e infrastrutture, dalla durata dei contratti e dalle condizioni economiche.

L’integrazione tra efficienza, elettrificazione e approvvigionamento è particolarmente importante nelle aziende industriali. Il consumo di energia può aumentare anche mentre le emissioni complessive diminuiscono, se una quota crescente dei processi viene elettrificata e l’energia utilizzata presenta un’intensità emissiva inferiore. Il piano deve quindi valutare gli effetti congiunti delle diverse azioni.

Come ridurre le emissioni Scope 3

Le emissioni Scope 3 derivano dalla supply chain e, più in generale, dalla catena del valore. Possono comprendere acquisti, materiali, trasporti, utilizzo dei prodotti, attività dei fornitori e fine vita, e richiedono una logica diversa rispetto alle emissioni generate da fonti direttamente controllate dall’azienda.

Il primo criterio è la rilevanza delle categorie. Se beni e servizi acquistati rappresentano una quota significativa delle emissioni, la priorità può essere migliorare i dati dei fornitori, confrontare materiali alternativi e integrare criteri climatici nelle decisioni di acquisto. Quando pesano maggiormente trasporto o distribuzione, le leve si spostano verso modalità di trasporto, saturazione dei carichi, distanze e organizzazione logistica.

Il coinvolgimento dei fornitori diventa efficace quando viene concentrato sulle aree che possono modificare realmente il risultato. Raccogliere informazioni da migliaia di soggetti con lo stesso livello di dettaglio può richiedere molto lavoro senza produrre dati proporzionati allo sforzo. Segmentare la base fornitori per peso emissivo e rilevanza consente di concentrare la qualità del dato dove genera maggiore valore decisionale.

Per le aziende che producono beni, una parte del potenziale di riduzione può trovarsi nelle scelte progettuali. Materiali, durata, peso, consumo in fase d’uso e fine vita influenzano le emissioni lungo il ciclo di vita. In questi casi, una Life Cycle Assessment può supportare il confronto tra alternative e aiutare a evitare interventi che riducono l’impatto in una fase trasferendolo a un’altra.

Obiettivi di decarbonizzazione: SBTi e Net Zero

Il piano operativo deve essere collegato a una traiettoria temporale. Un obiettivo di decarbonizzazione stabilisce quale riduzione l’azienda intende ottenere rispetto alla baseline e in quale periodo, creando un riferimento con cui valutare l’insieme degli interventi programmati.

Infografica su obiettivi e monitoraggio della decarbonizzazione: definizione del target, traiettoria Net Zero, KPI e aggiornamento del piano.

Gli obiettivi intermedi sono particolarmente utili nella gestione aziendale perché permettono di verificare l’avanzamento prima della scadenza finale. Un target al 2030, per esempio, può essere tradotto in traguardi annuali o pluriennali e confrontato con l’andamento effettivo delle emissioni.

Il framework SBTi fornisce criteri e metodologie per definire obiettivi di riduzione coerenti con la scienza climatica e con le traiettorie associate agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il Corporate Net-Zero Standard di SBTi definisce il riferimento per la costruzione degli obiettivi Net Zero aziendali e collega target di breve e lungo periodo a una traiettoria di riduzione misurabile.

Il Net Zero introduce un orizzonte di lungo periodo, generalmente entro il 2050, e richiede una forte riduzione delle emissioni lungo la catena del valore, insieme a una gestione specifica delle emissioni residue. Il riferimento temporale acquista valore quando viene tradotto in risultati intermedi, investimenti e responsabilità operative.

Per il piano aziendale, il dato più utile è la distanza tra le emissioni attuali e la traiettoria prevista: è quella distanza a determinare il ritmo degli interventi e le risorse necessarie.

Un target è credibile quando il portafoglio di azioni permette di spiegare come raggiungerlo. Se la somma delle riduzioni attese dai progetti già approvati copre soltanto una parte del risultato richiesto, il piano rende evidente il divario e permette di identificare per tempo ulteriori leve.

Come monitorare i progressi di decarbonizzazione

Il monitoraggio verifica se le azioni producono le riduzioni previste. La carbon footprint deve quindi essere aggiornata con una metodologia sufficientemente coerente nel tempo, distinguendo le variazioni dovute agli interventi da quelle generate da crescita aziendale, acquisizioni, cambiamenti del perimetro o oscillazioni dei volumi produttivi.

Accanto alle emissioni assolute, alcuni KPI operativi aiutano a comprendere le cause delle variazioni. Consumo energetico per unità prodotta, quota di energia rinnovabile, emissioni per tonnellata di materiale acquistato o percentuale di fornitori coperti da dati primari possono indicare se le singole leve stanno avanzando nella direzione prevista.

Il confronto tra risultato atteso e risultato effettivo permette di aggiornare il piano. Un progetto che produce meno riduzioni del previsto può richiedere un intervento correttivo; un’azione più efficace delle stime iniziali può liberare risorse o modificare le priorità successive. Il piano di decarbonizzazione diventa così uno strumento di gestione periodica degli investimenti e delle prestazioni emissive.

Quando dati e responsabilità sono distribuiti tra stabilimenti, funzioni e fornitori, centralizzare le informazioni permette di confrontare con maggiore continuità baseline, target e risultati ottenuti. Lo stesso sistema utilizzato per costruire il piano può così supportarne l’aggiornamento, mantenendo visibili gli scostamenti e le priorità ancora aperte.

Per un’azienda, il risultato di un percorso di decarbonizzazione si misura nella capacità di ridurre le emissioni rispetto a una baseline mantenendo sotto controllo costi, tempi e fattibilità degli interventi. Una buona strategia rende visibili queste variabili e consente di decidere dove intervenire, con quale priorità e con quali risultati attesi.

La decarbonizzazione aziendale richiede di trasformare i dati sulle emissioni in decisioni operative: capire dove si concentra l’impatto, scegliere gli interventi con il maggiore potenziale di riduzione e verificarne i risultati nel tempo. In questo articolo vediamo come costruire un piano di decarbonizzazione e quali strategie possono essere applicate alle emissioni Scope 1, 2 e 3.

Cos’è la decarbonizzazione aziendale

La decarbonizzazione è il processo attraverso cui un’azienda riduce progressivamente le proprie emissioni di gas serra intervenendo sulle attività che le generano. Può riguardare consumi energetici, processi produttivi, trasporti, materiali, prodotti e catena di fornitura, con priorità diverse in funzione del profilo emissivo dell’organizzazione.

Per essere gestibile, il processo deve partire da una base quantitativa. La carbon footprint aziendale permette di definire le emissioni di partenza e individuare quali fonti incidono maggiormente sul totale. La misurazione ha quindi una funzione decisionale: serve a evitare che risorse e investimenti vengano concentrati su interventi con un contributo marginale alla riduzione complessiva.

Il processo di decarbonizzazione cambia in funzione del settore e del profilo emissivo dell’azienda. Nella decarbonizzazione dell’industria, per esempio, una parte rilevante del potenziale di riduzione può trovarsi nei consumi energetici e nei processi produttivi. Nelle aziende con una catena di fornitura estesa, le principali leve possono invece concentrarsi su acquisti, materiali e fornitori.

La decarbonizzazione delle aziende contribuisce a un processo più ampio di riduzione delle emissioni nei diversi settori economici. Per la singola impresa, però, la priorità resta tradurre questo obiettivo in interventi compatibili con attività, tecnologie, investimenti e capacità operative.

La distinzione tra Scope 1, Scope 2 e Scope 3 aiuta a capire dove si generano le emissioni e quale livello di controllo può esercitare l’azienda. La costruzione di un inventario emissivo coerente richiede inoltre criteri chiari per perimetro, calcolo e rendicontazione: ISO 14064 e GHG Protocol rappresentano due riferimenti centrali per strutturare e verificare i dati sulle emissioni aziendali.

Come costruire un piano di decarbonizzazione

Un piano di decarbonizzazione traduce la baseline emissiva in interventi, responsabilità, tempi e risultati attesi. La prima attività consiste nell’identificare le fonti che contribuiscono maggiormente alla carbon footprint e capire quanto siano effettivamente influenzabili dall’azienda.

Infografica sui quattro passaggi per costruire un piano di decarbonizzazione: baseline, fonti prioritarie, valutazione degli interventi, target e responsabilità.

Il GHG Protocol Corporate Standard fornisce uno dei principali riferimenti metodologici per la costruzione dell’inventario aziendale delle emissioni. Una baseline strutturata e coerente consente di confrontare le fonti emissive e impostare le successive decisioni di riduzione su dati verificabili.

La dimensione delle emissioni, da sola, non determina la priorità. Per confrontare gli interventi è utile considerare insieme il potenziale di riduzione in tonnellate di CO₂e, l’investimento richiesto, i tempi di implementazione, la fattibilità tecnica e l’eventuale dipendenza da fornitori o altri soggetti esterni. Quando i dati lo consentono, il costo per tonnellata di CO₂e evitata offre un ulteriore parametro per confrontare azioni molto diverse tra loro.

Questo approccio permette di distinguere gli interventi realizzabili nel breve periodo da quelli che richiedono modifiche strutturali. L’ottimizzazione di un impianto può generare riduzioni relativamente rapide con investimenti contenuti; la sostituzione di una tecnologia produttiva può avere un potenziale maggiore, ma richiedere capitale, progettazione e tempi più lunghi. Entrambe le leve possono far parte dello stesso piano, con orizzonti e risultati attesi differenti.

Una volta selezionate le azioni, ogni intervento dovrebbe avere almeno una baseline, una riduzione attesa, una scadenza e un responsabile. Se un progetto prevede di ridurre di 500 tCO₂e annue il consumo di gas di uno stabilimento, il piano deve consentire di verificare successivamente se quella riduzione è stata ottenuta e quanto ha contribuito al target complessivo.

La stessa logica può essere applicata alle emissioni indirette, anche se aumenta la dipendenza dalla qualità dei dati e dalla capacità di influenzare altri soggetti. Per questo un piano maturo combina interventi direttamente controllabili con attività di medio periodo sulla catena del valore, evitando di concentrare tutte le azioni dove la misurazione è semplicemente più facile.

Quale software serve per costruire un piano di decarbonizzazione credibile

Per costruire un piano di decarbonizzazione credibile, il software deve permettere di collegare la misurazione delle emissioni agli obiettivi e agli interventi di riduzione. La sola quantificazione della carbon footprint non è sufficiente quando l’azienda deve decidere quali azioni finanziare, stimarne l’impatto e verificare nel tempo se stanno producendo i risultati previsti.

I software più utili per questo processo consentono di gestire in un unico ambiente la baseline emissiva, le emissioni Scope 1, 2 e 3, gli obiettivi di riduzione, i progetti di decarbonizzazione e i KPI di avanzamento. Per ogni intervento dovrebbe essere possibile associare almeno una riduzione attesa in tCO₂e, una tempistica, un responsabile e, quando disponibile, il relativo investimento. In questo modo il piano può essere confrontato con la traiettoria aziendale e aggiornato quando i risultati effettivi si discostano dalle previsioni.

Un altro criterio riguarda la qualità e la tracciabilità dei dati. Un piano che utilizza informazioni provenienti da stabilimenti, funzioni e fornitori deve mantenere visibili fonti, metodologie di calcolo e aggiornamenti della baseline. Questo permette di capire se una variazione delle emissioni deriva realmente dagli interventi realizzati oppure da cambiamenti nei volumi produttivi, nel perimetro aziendale o nella qualità dei dati disponibili.

Tra le piattaforme progettate per supportare questo tipo di gestione, Metrikflow integra il calcolo della carbon footprint con la definizione e il monitoraggio delle iniziative di riduzione. Per un’azienda, il valore di uno strumento di questo tipo sta nella possibilità di misurare le emissioni, individuare le priorità e seguire l’avanzamento del piano di decarbonizzazione sulla stessa base dati, riducendo la frammentazione tra fogli di calcolo, sistemi aziendali e documentazione dei singoli progetti.

Strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3

Le strategie di decarbonizzazione cambiano in funzione della fonte emissiva e del livello di controllo dell’azienda. Distinguere Scope 1, Scope 2 e Scope 3 permette di associare a ciascuna area leve di riduzione coerenti e di evitare che un intervento venga valutato isolatamente dal resto della carbon footprint.

Infografica sulle strategie per ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3 attraverso efficienza, elettrificazione, rinnovabili, fornitori, materiali e LCA.

Come ridurre le emissioni Scope 1

Le emissioni Scope 1 provengono da fonti controllate direttamente dall’azienda, come combustibili utilizzati negli impianti, flotte aziendali e alcuni processi industriali. La loro riduzione parte generalmente dall’efficienza delle attività esistenti: ottimizzazione dei cicli produttivi, riduzione delle dispersioni, manutenzione degli impianti e contenimento dei consumi consentono di ottenere risultati senza necessariamente sostituire l’infrastruttura.

Quando l’efficienza incrementale raggiunge i propri limiti, il piano può prevedere interventi più strutturali. L’elettrificazione dei processi, la sostituzione di macchinari e l’adozione di tecnologie produttive meno emissive possono ridurre in maniera significativa il consumo diretto di combustibili fossili, ma richiedono una valutazione economica e tecnica specifica.

L’elettrificazione mostra bene perché gli Scope devono essere gestiti insieme. Sostituire un processo alimentato a gas con uno elettrico riduce le emissioni dirette, ma aumenta la domanda di energia acquistata. Il risultato complessivo dipende quindi anche dal mix energetico associato allo Scope 2.

Nei settori in cui alcune emissioni di processo risultano tecnicamente difficili da eliminare, la pianificazione deve considerare orizzonti più lunghi e tecnologie compatibili con le caratteristiche dello stabilimento. In questi casi, la fattibilità industriale e il ciclo di rinnovo degli asset diventano elementi centrali nella definizione della traiettoria.

Come ridurre le emissioni Scope 2

Lo Scope 2 riguarda le emissioni associate all’energia acquistata. Le principali leve agiscono su due variabili: quanta energia viene consumata e quale intensità emissiva ha l’energia utilizzata.

Ridurre la domanda attraverso interventi di efficienza energetica consente di diminuire contemporaneamente emissioni e costi operativi. I progetti possono riguardare edifici, sistemi di climatizzazione, illuminazione, motori, linee produttive e sistemi di gestione dell’energia, ma la priorità dovrebbe dipendere dai consumi effettivi e dal ritorno previsto per ciascun intervento.

La seconda leva riguarda l’approvvigionamento energetico. Autoproduzione da fonti rinnovabili e contratti di fornitura possono modificare il profilo emissivo dell’elettricità acquistata. La scelta tra queste opzioni dipende dal fabbisogno dell’azienda, dalla localizzazione degli stabilimenti, dalla disponibilità di superfici e infrastrutture, dalla durata dei contratti e dalle condizioni economiche.

L’integrazione tra efficienza, elettrificazione e approvvigionamento è particolarmente importante nelle aziende industriali. Il consumo di energia può aumentare anche mentre le emissioni complessive diminuiscono, se una quota crescente dei processi viene elettrificata e l’energia utilizzata presenta un’intensità emissiva inferiore. Il piano deve quindi valutare gli effetti congiunti delle diverse azioni.

Come ridurre le emissioni Scope 3

Le emissioni Scope 3 derivano dalla supply chain e, più in generale, dalla catena del valore. Possono comprendere acquisti, materiali, trasporti, utilizzo dei prodotti, attività dei fornitori e fine vita, e richiedono una logica diversa rispetto alle emissioni generate da fonti direttamente controllate dall’azienda.

Il primo criterio è la rilevanza delle categorie. Se beni e servizi acquistati rappresentano una quota significativa delle emissioni, la priorità può essere migliorare i dati dei fornitori, confrontare materiali alternativi e integrare criteri climatici nelle decisioni di acquisto. Quando pesano maggiormente trasporto o distribuzione, le leve si spostano verso modalità di trasporto, saturazione dei carichi, distanze e organizzazione logistica.

Il coinvolgimento dei fornitori diventa efficace quando viene concentrato sulle aree che possono modificare realmente il risultato. Raccogliere informazioni da migliaia di soggetti con lo stesso livello di dettaglio può richiedere molto lavoro senza produrre dati proporzionati allo sforzo. Segmentare la base fornitori per peso emissivo e rilevanza consente di concentrare la qualità del dato dove genera maggiore valore decisionale.

Per le aziende che producono beni, una parte del potenziale di riduzione può trovarsi nelle scelte progettuali. Materiali, durata, peso, consumo in fase d’uso e fine vita influenzano le emissioni lungo il ciclo di vita. In questi casi, una Life Cycle Assessment può supportare il confronto tra alternative e aiutare a evitare interventi che riducono l’impatto in una fase trasferendolo a un’altra.

Obiettivi di decarbonizzazione: SBTi e Net Zero

Il piano operativo deve essere collegato a una traiettoria temporale. Un obiettivo di decarbonizzazione stabilisce quale riduzione l’azienda intende ottenere rispetto alla baseline e in quale periodo, creando un riferimento con cui valutare l’insieme degli interventi programmati.

Infografica su obiettivi e monitoraggio della decarbonizzazione: definizione del target, traiettoria Net Zero, KPI e aggiornamento del piano.

Gli obiettivi intermedi sono particolarmente utili nella gestione aziendale perché permettono di verificare l’avanzamento prima della scadenza finale. Un target al 2030, per esempio, può essere tradotto in traguardi annuali o pluriennali e confrontato con l’andamento effettivo delle emissioni.

Il framework SBTi fornisce criteri e metodologie per definire obiettivi di riduzione coerenti con la scienza climatica e con le traiettorie associate agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il Corporate Net-Zero Standard di SBTi definisce il riferimento per la costruzione degli obiettivi Net Zero aziendali e collega target di breve e lungo periodo a una traiettoria di riduzione misurabile.

Il Net Zero introduce un orizzonte di lungo periodo, generalmente entro il 2050, e richiede una forte riduzione delle emissioni lungo la catena del valore, insieme a una gestione specifica delle emissioni residue. Il riferimento temporale acquista valore quando viene tradotto in risultati intermedi, investimenti e responsabilità operative.

Per il piano aziendale, il dato più utile è la distanza tra le emissioni attuali e la traiettoria prevista: è quella distanza a determinare il ritmo degli interventi e le risorse necessarie.

Un target è credibile quando il portafoglio di azioni permette di spiegare come raggiungerlo. Se la somma delle riduzioni attese dai progetti già approvati copre soltanto una parte del risultato richiesto, il piano rende evidente il divario e permette di identificare per tempo ulteriori leve.

Come monitorare i progressi di decarbonizzazione

Il monitoraggio verifica se le azioni producono le riduzioni previste. La carbon footprint deve quindi essere aggiornata con una metodologia sufficientemente coerente nel tempo, distinguendo le variazioni dovute agli interventi da quelle generate da crescita aziendale, acquisizioni, cambiamenti del perimetro o oscillazioni dei volumi produttivi.

Accanto alle emissioni assolute, alcuni KPI operativi aiutano a comprendere le cause delle variazioni. Consumo energetico per unità prodotta, quota di energia rinnovabile, emissioni per tonnellata di materiale acquistato o percentuale di fornitori coperti da dati primari possono indicare se le singole leve stanno avanzando nella direzione prevista.

Il confronto tra risultato atteso e risultato effettivo permette di aggiornare il piano. Un progetto che produce meno riduzioni del previsto può richiedere un intervento correttivo; un’azione più efficace delle stime iniziali può liberare risorse o modificare le priorità successive. Il piano di decarbonizzazione diventa così uno strumento di gestione periodica degli investimenti e delle prestazioni emissive.

Quando dati e responsabilità sono distribuiti tra stabilimenti, funzioni e fornitori, centralizzare le informazioni permette di confrontare con maggiore continuità baseline, target e risultati ottenuti. Lo stesso sistema utilizzato per costruire il piano può così supportarne l’aggiornamento, mantenendo visibili gli scostamenti e le priorità ancora aperte.

Per un’azienda, il risultato di un percorso di decarbonizzazione si misura nella capacità di ridurre le emissioni rispetto a una baseline mantenendo sotto controllo costi, tempi e fattibilità degli interventi. Una buona strategia rende visibili queste variabili e consente di decidere dove intervenire, con quale priorità e con quali risultati attesi.

AUTORE

Foto ritratto di Luis Antazema
Foto ritratto di Luis Antazema

Luis Antazema

ESG Analyst

Con una formazione da ingegnere chimico e specializzato nel settore energetico, Luis applica un approccio tecnico e analitico rigoroso alla decarbonizzazione e alla misurazione delle emissioni. Nato in Bolivia e cresciuto professionalmente tra Stati Uniti ed Europa, contribuisce alla progettazione e all'attuazione di metodologie per il calcolo della Carbon Footprint e della Life Cycle Assessment (LCA), supportando le organizzazioni nel quantificare accuratamente le emissioni e, al contempo, nell'individuare opportunità per ottimizzare i processi, migliorare l'efficienza delle risorse e ridurre i costi operativi. Luis non considera la sostenibilità come un mero adempimento normativo, bensì come un catalizzatore di valore aziendale tangibile, capace di legare le prestazioni ambientali ai rendimenti economici, alla mitigazione del rischio e alla competitività a lungo termine. Il suo obiettivo è rendere la sostenibilità concreta, basata sui dati e finanziariamente rilevante per le organizzazioni e i loro stakeholder. Ambiti di competenza: Decarbonizzazione, Corporate Carbon Footprint, Life Cycle Assessment (LCA), Rendicontazione Scope 1–2–3, GHG Protocol, Product Carbon Footprint (PCF).

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