Cos’è SBTi e perché interessa alle aziende
SBTi, acronimo di Science Based Targets initiative, è l’iniziativa che aiuta aziende e istituzioni finanziarie a definire obiettivi di riduzione delle emissioni allineati alla scienza climatica. Il suo ruolo è fornire standard, criteri e strumenti per rendere i target climatici più misurabili, comparabili e verificabili.
Per un’azienda, aderire a un percorso SBTi significa costruire un obiettivo climatico basato su dati concreti: emissioni di partenza, perimetro organizzativo, Scope 1, Scope 2, Scope 3, anno base, anno target, percentuale di riduzione e metodo di monitoraggio. La credibilità del target dipende dalla solidità di questi elementi e dalla capacità dell’impresa di aggiornarli nel tempo.
SBTi è rilevante anche sul piano commerciale e finanziario. Clienti, investitori, banche, grandi buyer e partner di filiera valutano sempre più spesso la qualità delle informazioni climatiche aziendali: carbon footprint, baseline emissiva, obiettivi intermedi, riduzioni effettive e progressi annuali. Un target science-based aiuta l’azienda a dimostrare che la propria strategia climatica non si basa su dichiarazioni generiche, ma su una traiettoria di riduzione strutturata.
Il valore principale di SBTi è quindi operativo. Un obiettivo validato o costruito secondo criteri science-based può orientare investimenti, procurement, logistica, scelte energetiche, sviluppo prodotto e relazione con i fornitori. In questo senso, SBTi non è un’etichetta da comunicare, ma un metodo per rendere la decarbonizzazione aziendale misurabile e gestibile.

Cosa significa definire target science-based
Un science-based target è un obiettivo di riduzione delle emissioni coerente con le traiettorie climatiche necessarie per limitare il riscaldamento globale. La differenza rispetto a un obiettivo climatico generico sta nel metodo: il target non viene scelto solo in base a una volontà interna, ma parte da un inventario GHG misurato, da una baseline affidabile e da criteri di riduzione riconosciuti.
Per costruire un target credibile servono alcuni elementi essenziali. Il primo è il base year, cioè l’anno di riferimento rispetto al quale vengono calcolate le riduzioni. Il secondo è il perimetro organizzativo, che chiarisce quali società, siti, business unit e attività sono incluse nel calcolo. Il terzo è la copertura delle emissioni: Scope 1, Scope 2 e, quando rilevante, Scope 3.
Lo Scope 1 comprende le emissioni dirette generate da fonti controllate dall’azienda, come combustibili usati in impianti, processi o veicoli aziendali. Lo Scope 2 riguarda le emissioni indirette legate all’energia acquistata. Lo Scope 3 include le emissioni indirette lungo la catena del valore, come materiali acquistati, trasporti, uso dei prodotti venduti, rifiuti, viaggi di lavoro e fornitori. Per approfondire la distinzione tra le tre categorie, è utile consultare la guida su Scope 1, 2 e 3.
Un target science-based deve poi essere collegato a un anno obiettivo, a una percentuale di riduzione e a una metodologia di calcolo. Senza questi elementi, il target rischia di restare un’indicazione aspirazionale. Con una struttura chiara, invece, diventa uno strumento di gestione: permette di capire quali aree aziendali incidono di più, quali leve possono ridurre le emissioni e quali risultati devono essere monitorati anno dopo anno.
Near-term, long-term e Net Zero: come leggere i target SBTi
Nel percorso SBTi è utile distinguere tra near-term targets, long-term targets e Net Zero targets. I near-term targets definiscono le riduzioni da raggiungere nel breve e medio periodo, guidando le decisioni operative dei prossimi anni. I long-term targets indicano invece la traiettoria necessaria per arrivare a un livello di riduzione coerente con un obiettivo Net Zero.
Il concetto di SBTi Net Zero richiede attenzione. Nel framework SBTi, il Net Zero non si basa sulla compensazione come leva principale, ma su una riduzione profonda delle emissioni lungo la catena del valore. Le eventuali emissioni residue vengono affrontate solo dopo aver implementato interventi strutturali di riduzione. Questo approccio rende centrale il piano industriale: energia, materiali, fornitori, logistica, processi produttivi e progettazione dei prodotti devono essere coerenti con la traiettoria climatica definita.
Il riferimento principale per le aziende che vogliono definire target Net Zero è il Corporate Net-Zero Standard di SBTi. Lo standard fornisce una base comune per interpretare cosa significa Net Zero in chiave science-based e per tradurre l’ambizione climatica in target misurabili.
Negli ultimi anni, SBTi ha avviato anche la revisione del proprio standard con il Corporate Net-Zero Standard V2. La versione V2, attualmente sviluppata attraverso draft e consultazioni pubbliche, punta a rendere il framework più chiaro, praticabile e orientato all’implementazione. Per le aziende, questo aggiornamento conferma una direzione importante: i target Net Zero devono essere supportati da dati, piani operativi, monitoraggio dei progressi e trasparenza sulle azioni effettivamente intraprese.

Da dove partire: carbon footprint, Scope 3 e qualità del dato
Prima di definire un target SBTi, l’azienda deve costruire una base dati solida. Il punto di partenza è il calcolo della carbon footprint aziendale, cioè l’inventario delle emissioni GHG generate direttamente e indirettamente dall’organizzazione. Una baseline incompleta può portare a target sottostimati, riduzioni poco realistiche o difficoltà nella validazione SBTi.
La qualità della carbon footprint dipende da diversi fattori: perimetro organizzativo, fonti dati, fattori di emissione, metodologia di calcolo, assunzioni utilizzate e livello di aggiornamento. Le aziende dovrebbero distinguere tra dati primari, dati stimati e proxy, documentando il grado di affidabilità delle informazioni. Questo passaggio è particolarmente importante quando le emissioni dipendono da attività distribuite su più sedi, mercati, fornitori o categorie di prodotto.
Lo Scope 3 è spesso la parte più complessa del percorso SBTi. Molte emissioni non si trovano nei sistemi aziendali interni, ma lungo la supply chain: fornitori, materiali acquistati, trasporti, distributori, uso dei prodotti venduti e processi esternalizzati. Per molte aziende, soprattutto nei settori moda, food, packaging, chimica, manifattura, costruzioni e retail, una quota rilevante della carbon footprint si concentra proprio fuori dal controllo diretto dell’impresa.
Per questo, lo Scope 3 richiede un lavoro progressivo sulla qualità del dato. Nelle fasi iniziali possono essere utilizzate stime, ma un percorso credibile richiede nel tempo dati più specifici, soprattutto sulle categorie con maggiore peso emissivo. La guida sulle emissioni Scope 3 aiuta a collegare il tema dei target SBTi alle attività concrete di raccolta dati, coinvolgimento dei fornitori e miglioramento della precisione del carbon accounting.
Una piattaforma ESG può supportare questo lavoro centralizzando dati, emission factors, calcoli, aggiornamenti annuali e scenari di riduzione. L’obiettivo non è solo produrre un numero iniziale, ma creare una base dati capace di sostenere target setting, validazione, monitoraggio e reporting nel tempo.
Corporate Net-Zero Standard V2: cosa cambia per le aziende
Il Corporate Net-Zero Standard V2 rappresenta un’evoluzione importante del framework SBTi. La revisione nasce per aggiornare lo standard alla luce dell’esperienza maturata dalle aziende, delle difficoltà pratiche di implementazione e della necessità di rendere i target più chiari, utilizzabili e monitorabili.
Dalle comunicazioni ufficiali SBTi emerge che il percorso di sviluppo del V2 ha incluso consultazioni pubbliche, pilot testing con aziende e contributi di esperti indipendenti. Questo processo riflette un’esigenza concreta: mantenere il rigore scientifico dello standard, migliorando al tempo stesso la sua applicabilità in contesti aziendali diversi per dimensione, settore, geografia e maturità climatica.
Per le aziende, il V2 va letto come un segnale di maggiore attenzione all’implementazione. La domanda non è soltanto “quale target dichiariamo?”, ma “quali dati, leve, responsabilità e progressi dimostrano che il target è gestito nel tempo?”. Questo sposta l’attenzione su piani di transizione, barriere operative, tracciamento dei risultati e coerenza tra obiettivi e decisioni aziendali.
Un altro tema rilevante riguarda lo Scope 3. Le aziende segnalano spesso difficoltà nel raccogliere dati affidabili lungo la catena del valore, soprattutto quando dipendono da fornitori, clienti o distributori. Il V2 nasce anche per affrontare queste complessità, mantenendo il ruolo centrale della riduzione delle emissioni e introducendo maggiore attenzione alla praticabilità dei percorsi di decarbonizzazione.
Il punto per le imprese è evitare di leggere l’aggiornamento come una semplificazione del lavoro. Al contrario, la direzione è rendere più trasparente il collegamento tra target, dati, azioni e progressi. Un target Net Zero credibile richiede una baseline solida, una chiara lettura dello Scope 3, leve operative definite e un sistema di monitoraggio capace di mostrare se l’azienda si sta muovendo lungo la traiettoria prevista.
Come costruire un piano di decarbonizzazione coerente con SBTi
Un target science-based ha valore solo se è supportato da un piano di decarbonizzazione credibile. Dopo aver misurato le emissioni e definito la traiettoria, l’azienda deve capire quali interventi possono ridurre concretamente la propria carbon footprint, in quali tempi, con quali investimenti e con quali responsabilità interne.
Le leve possono riguardare efficienza energetica, elettrificazione dei processi, acquisto di energia rinnovabile, riduzione dei consumi, ottimizzazione logistica, sostituzione di materiali ad alta intensità emissiva, redesign di prodotto, riduzione degli sprechi e coinvolgimento dei fornitori. Ogni leva dovrebbe essere valutata in base a potenziale di riduzione, costo, fattibilità tecnica, tempi di implementazione e dipendenze organizzative.
La decarbonizzazione non riguarda solo il team sostenibilità. Procurement può incidere sui materiali e sui fornitori; operations sui consumi e sui processi; finance sulla pianificazione degli investimenti; logistica sui trasporti; product team su design e ciclo di vita; leadership sulla governance e sull’allocazione delle priorità. Senza questo collegamento, il target rischia di restare separato dalle decisioni che generano o riducono le emissioni.
Un piano coerente con SBTi dovrebbe includere milestone intermedie, KPI annuali, owner interni e meccanismi di revisione. Per esempio, se lo Scope 3 pesa molto sulla carbon footprint totale, il piano deve includere azioni di supplier engagement, criteri di selezione dei fornitori, raccolta di dati primari e obiettivi progressivi di miglioramento. In questi casi, strumenti di valutazione dei fornitori possono aiutare a collegare emissioni, rischio e priorità di intervento.
Per approfondire le leve operative, il tema si collega direttamente alle strategie di decarbonizzazione aziendale, dove target, azioni e monitoraggio devono essere costruiti come parti dello stesso processo.

Come funziona il percorso SBTi: commitment, validazione e target set
Il percorso SBTi segue una sequenza formale. Per le aziende corporate, il primo passaggio può essere il commitment, cioè l’impegno pubblico a sviluppare target di riduzione delle emissioni coerenti con i criteri SBTi. Dopo il commitment, l’azienda viene inserita nella Target Dashboard SBTi con status attivo e ha 24 mesi per sviluppare i propri obiettivi science-based e sottoporli a validazione.
La fase successiva è la validazione dei target. L’azienda presenta a SBTi Services i propri obiettivi, insieme alle informazioni tecniche necessarie: perimetro organizzativo, anno base, inventario emissivo, copertura Scope 1, Scope 2 e Scope 3, metodologia di calcolo e traiettoria di riduzione. SBTi Services opera come entità legale distinta dalla Science Based Targets initiative e si occupa della validazione dei target climatici di aziende, istituzioni finanziarie e PMI.
Se la validazione ha esito positivo, l’azienda passa dallo status di commitment allo status “target set”, cioè con target approvati e pubblicati. A quel punto il lavoro prosegue nel tempo: l’azienda deve monitorare i progressi rispetto alla traiettoria definita, aggiornare la carbon footprint, verificare l’efficacia delle leve di decarbonizzazione e mantenere coerenza tra target, performance e decisioni aziendali.
La validazione SBTi è un servizio a pagamento. Le fee variano in base alla tipologia di organizzazione, al livello di fatturato e al tipo di servizio richiesto, per esempio target near-term, Net Zero, aggiornamenti o percorsi dedicati alle PMI. SBTi Services utilizza un modello di pricing a tier, definito al momento della registrazione sulla base delle informazioni finanziarie dell’organizzazione.
Sì, concordo: la sezione SBTi calculator deve evitare l’effetto “tool spiegato in astratto”. Deve aiutare il lettore a capire cosa può fare, cosa non può fare e come usarlo dentro un processo aziendale serio.
Validazione SBTi, reporting ESG ed errori da evitare
La validazione SBTi è il passaggio attraverso cui i target aziendali vengono valutati rispetto ai criteri dell’iniziativa. Il processo richiede informazioni tecniche solide: perimetro organizzativo, base year, inventario emissioni, copertura Scope 1, Scope 2 e Scope 3, metodologia di calcolo e traiettoria di riduzione. La validazione è gestita da SBTi Services, entità distinta che si occupa della valutazione dei target per aziende, istituzioni finanziarie e PMI.
Prima della validazione, l’azienda può utilizzare strumenti come l’SBTi calculator o altri tool di target setting per modellare scenari di riduzione. Questi strumenti sono utili per tradurre una baseline emissiva in possibili traiettorie coerenti con i criteri SBTi, ma non sostituiscono la validazione e non definiscono da soli il piano di decarbonizzazione. Se gli input sono incompleti o poco affidabili, anche il risultato del calcolo può dare un’impressione di precisione che non corrisponde alla qualità reale dei dati.
Il percorso SBTi si collega anche al reporting ESG. I dati climatici, gli obiettivi di riduzione, i progressi annuali e il piano di transizione possono essere rilevanti per il bilancio di sostenibilità, per la CSRD e per la disclosure climatica collegata agli ESRS, in particolare ESRS E1 Climate Change. SBTi e CSRD non sono la stessa cosa, ma richiedono entrambe dati coerenti, tracciabili e aggiornabili.
Gli errori più frequenti nascono proprio dalla mancanza di questa coerenza. Il primo è fissare un target prima di avere una baseline affidabile. Il secondo è sottovalutare lo Scope 3, scoprendo solo in un secondo momento che la maggior parte delle emissioni si trova nella catena del valore. Il terzo è confondere Net Zero e compensazione, mentre nel framework SBTi la priorità resta la riduzione reale delle emissioni. Il quarto è mantenere il target fuori dai processi aziendali, senza budget, owner, milestone e monitoraggio.
SBTi fornisce alle aziende un metodo riconosciuto per definire obiettivi climatici misurabili e allineati alla scienza. La sua utilità dipende però dalla qualità del lavoro preparatorio: carbon footprint completa, baseline affidabile, copertura Scope 1, 2 e 3, analisi della supply chain e piano di decarbonizzazione operativo. La validazione è una tappa importante, ma il valore reale nasce dall’esecuzione: dati solidi, responsabilità chiare, strumenti adeguati e decisioni aziendali coerenti con la traiettoria di riduzione.
AUTORE

Luis Antazema
ESG Analyst
Con una formazione da ingegnere chimico e specializzato nel settore energetico, Luis applica un approccio tecnico e analitico rigoroso alla decarbonizzazione e alla misurazione delle emissioni. Nato in Bolivia e cresciuto professionalmente tra Stati Uniti ed Europa, contribuisce alla progettazione e all'attuazione di metodologie per il calcolo della Carbon Footprint e della Life Cycle Assessment (LCA), supportando le organizzazioni nel quantificare accuratamente le emissioni e, al contempo, nell'individuare opportunità per ottimizzare i processi, migliorare l'efficienza delle risorse e ridurre i costi operativi. Luis non considera la sostenibilità come un mero adempimento normativo, bensì come un catalizzatore di valore aziendale tangibile, capace di legare le prestazioni ambientali ai rendimenti economici, alla mitigazione del rischio e alla competitività a lungo termine. Il suo obiettivo è rendere la sostenibilità concreta, basata sui dati e finanziariamente rilevante per le organizzazioni e i loro stakeholder. Ambiti di competenza: Decarbonizzazione, Corporate Carbon Footprint, Life Cycle Assessment (LCA), Rendicontazione Scope 1–2–3, GHG Protocol, Product Carbon Footprint (PCF).
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