Decarbonizzazione, impronta di carbonio e LCA

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Scope 3: cosa sono le emissioni di scopo 3 e come calcolarle

Scope 3: cosa sono le emissioni di scopo 3 e come calcolarle

Luis Antazema Headshot
Luis Antazema

Le emissioni di Scope 3 (emissioni di scopo 3) comprendono tutte le emissioni indirette di gas serra (GHG emissions) che non rientrano nello Scope 1 o nello Scope 2, ma che sono comunque collegate alle attività di un’azienda.

Secondo il GHG Protocol Scope 3, queste emissioni si generano lungo l’intera catena del valore e includono sia attività a monte (upstream), come i fornitori, sia attività a valle (downstream), come l’utilizzo dei prodotti venduti.

A differenza degli altri Scope, lo Scope 3 si distingue per tre caratteristiche fondamentali:

  • non è sotto il controllo diretto dell’azienda

  • coinvolge una pluralità di attori esterni

  • richiede dati distribuiti e spesso non strutturati

Questo rende lo Scope 3 essenziale per una misurazione completa della carbon footprint aziendale, ma allo stesso tempo più difficile da gestire in modo accurato.

Le 15 categorie Scope 3 (scope 3 categories)

Per rendere misurabili queste emissioni, il Greenhouse Gas Protocol Scope 3 Standard le suddivide in 15 categorie, che coprono tutte le attività della catena del valore.

Questa classificazione non è solo teorica: serve alle aziende per strutturare il calcolo delle emissioni Scope 3 e individuare dove si concentra l’impatto.

Le categorie si dividono in due gruppi principali:

Attività a monte (upstream)

Riguardano tutto ciò che accade prima delle operazioni aziendali, come:

  • beni e servizi acquistati

  • trasporto e logistica in entrata

  • rifiuti generati

  • viaggi di lavoro e mobilità dei dipendenti

Attività a valle (downstream)

Riguardano ciò che accade dopo la vendita del prodotto:

  • distribuzione

  • utilizzo dei prodotti

  • fine vita

  • investimenti (categoria 15)

Questa suddivisione permette di analizzare la supply chain in modo strutturato e identificare le aree a maggiore impatto.

Perché le emissioni Scope 3 sono le più rilevanti

Nella maggior parte delle aziende, le emissioni Scope 3 rappresentano la quota più significativa della carbon footprint aziendale, spesso superiore al 70–80% del totale.

Questo accade perché l’impatto ambientale non si limita alle operazioni interne, ma si estende lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti e alla rete di fornitori e partner.

In particolare:

  • una parte rilevante delle emissioni è generata nella supply chain

  • i prodotti continuano a generare emissioni durante l’utilizzo e lo smaltimento

  • le attività indirette superano spesso quelle direttamente controllate

Ignorare lo Scope 3 significa avere una visione parziale e sottostimata delle proprie emissioni GHG, con conseguenze anche su reporting e strategia ESG.

Perché lo Scope 3 è il più complesso da calcolare

Il calcolo delle emissioni Scope 3 è il più complesso all’interno della carbon footprint aziendale, perché richiede di raccogliere dati al di fuori del perimetro diretto dell’organizzazione.

A differenza degli Scope 1 e 2, dove i dati sono interni, lo Scope 3 coinvolge fornitori, partner e altri attori lungo la supply chain.

Le principali criticità includono:

  • dati frammentati, distribuiti tra diversi stakeholder

  • limitata disponibilità di informazioni, soprattutto nei fornitori meno strutturati

  • necessità di utilizzare stime, quando i dati reali non sono disponibili

  • variabilità elevata, che rende difficile il confronto nel tempo

Questo rende lo Scope 3 il punto in cui approcci manuali o non strutturati tendono a fallire.

Come calcolare le emissioni Scope 3

Il calcolo delle emissioni Scope 3 si basa sulle linee guida del GHG Protocol Scope 3 Standard, ma può essere effettuato con diversi livelli di precisione.

La scelta del metodo dipende dalla disponibilità dei dati e dal livello di maturità dell’azienda.

Le principali metodologie sono:

Metodo spend-based

Utilizza la spesa economica per stimare le emissioni, applicando fattori medi per settore.
È un metodo rapido e utile nelle fasi iniziali, ma meno preciso.

Metodo activity-based

Si basa su dati reali (quantità, consumi, trasporti), offrendo un livello di accuratezza più elevato.
Richiede però una raccolta dati più strutturata.

Metodo hybrid

Combina dati reali e stime, rappresentando spesso il miglior compromesso tra precisione e fattibilità operativa.

Nel tempo, le aziende evolvono tipicamente da approcci stimati a modelli sempre più basati su dati reali.

Scope 3 e supply chain: il ruolo dei fornitori

Le emissioni Scope 3 sono strettamente legate alla supply chain, rendendo la gestione dei fornitori un elemento centrale nella strategia di sostenibilità.

In molti casi, la quota più significativa della carbon footprint aziendale deriva proprio da attività esterne, come la produzione di materiali, i trasporti e i servizi acquistati.

Per questo motivo, le aziende devono adottare un approccio strutturato alla valutazione dei fornitori, integrando criteri ESG nei processi di procurement.

Questo significa:

  • raccogliere dati sulle emissioni dei fornitori

  • identificare le aree a maggiore impatto

  • coinvolgere la supply chain in percorsi di miglioramento

  • integrare sostenibilità e decisioni di acquisto

Questo approccio è alla base del procurement sostenibile e consente di intervenire dove l’impatto è realmente più significativo.

Scope 3 Categoria 15: emissioni finanziate

Tra le scope 3 categories, la Categoria 15 – Investimenti è una delle più complesse e rilevanti, soprattutto per istituzioni finanziarie.

Queste emissioni derivano dalle attività finanziate, come investimenti e prestiti, e corrispondono alle emissioni Scope 1 e Scope 2 delle aziende partecipate.

In questo caso, l’azienda non genera direttamente le emissioni, ma contribuisce indirettamente attraverso il capitale allocato.

Il calcolo può avvenire attraverso:

  • dati reali delle aziende partecipate (approccio più accurato)

  • stime basate su settore e ricavi (approccio meno preciso)


    La gestione delle emissioni finanziate è sempre più centrale per l’allineamento agli obiettivi climatici globali.

Le principali criticità nella gestione dello Scope 3

Oltre alla complessità del calcolo, la gestione dello Scope 3 presenta sfide operative significative.

Le aziende devono affrontare:

  • una supply chain articolata e poco trasparente

  • difficoltà nella raccolta e validazione dei dati

  • mancanza di standardizzazione tra fornitori

  • processi manuali che richiedono tempo e risorse

Senza un approccio strutturato, il rischio è ottenere dati incompleti o non affidabili, compromettendo reporting e decisioni strategiche.

Software Scope 3: come migliorare il processo

La complessità dello Scope 3 rende difficile gestire il processo con strumenti manuali o non integrati.

Per questo motivo, sempre più aziende adottano un software carbon footprint, che consente di trasformare un processo frammentato in un sistema strutturato e scalabile.

Un software dedicato permette di:

  • centralizzare i dati della supply chain

  • automatizzare il calcolo delle emissioni GHG

  • coinvolgere fornitori nella raccolta dati

  • migliorare qualità e tracciabilità delle informazioni

  • generare report conformi a CSRD ed ESRS

Digitalizzare il processo è oggi fondamentale per gestire lo Scope 3 in modo efficace e affidabile.

Come Metrikflow supporta lo Scope 3

Metrikflow semplifica la gestione delle emissioni Scope 3, trasformando un processo complesso in un flusso strutturato, automatizzato e audit-ready.

Con Metrikflow puoi:

  • raccogliere dati da fornitori e partner

  • automatizzare il calcolo delle emissioni

  • monitorare le performance lungo la supply chain

  • integrare la valutazione ESG nei processi di procurement

  • generare report pronti per audit e conformità normativa

Il risultato:
maggiore visibilità sulla supply chain, dati più accurati e pieno controllo sulle emissioni indirette.



Report tecnico

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Le emissioni di Scope 3 (emissioni di scopo 3) comprendono tutte le emissioni indirette di gas serra (GHG emissions) che non rientrano nello Scope 1 o nello Scope 2, ma che sono comunque collegate alle attività di un’azienda.

Secondo il GHG Protocol Scope 3, queste emissioni si generano lungo l’intera catena del valore e includono sia attività a monte (upstream), come i fornitori, sia attività a valle (downstream), come l’utilizzo dei prodotti venduti.

A differenza degli altri Scope, lo Scope 3 si distingue per tre caratteristiche fondamentali:

  • non è sotto il controllo diretto dell’azienda

  • coinvolge una pluralità di attori esterni

  • richiede dati distribuiti e spesso non strutturati

Questo rende lo Scope 3 essenziale per una misurazione completa della carbon footprint aziendale, ma allo stesso tempo più difficile da gestire in modo accurato.

Le 15 categorie Scope 3 (scope 3 categories)

Per rendere misurabili queste emissioni, il Greenhouse Gas Protocol Scope 3 Standard le suddivide in 15 categorie, che coprono tutte le attività della catena del valore.

Questa classificazione non è solo teorica: serve alle aziende per strutturare il calcolo delle emissioni Scope 3 e individuare dove si concentra l’impatto.

Le categorie si dividono in due gruppi principali:

Attività a monte (upstream)

Riguardano tutto ciò che accade prima delle operazioni aziendali, come:

  • beni e servizi acquistati

  • trasporto e logistica in entrata

  • rifiuti generati

  • viaggi di lavoro e mobilità dei dipendenti

Attività a valle (downstream)

Riguardano ciò che accade dopo la vendita del prodotto:

  • distribuzione

  • utilizzo dei prodotti

  • fine vita

  • investimenti (categoria 15)

Questa suddivisione permette di analizzare la supply chain in modo strutturato e identificare le aree a maggiore impatto.

Perché le emissioni Scope 3 sono le più rilevanti

Nella maggior parte delle aziende, le emissioni Scope 3 rappresentano la quota più significativa della carbon footprint aziendale, spesso superiore al 70–80% del totale.

Questo accade perché l’impatto ambientale non si limita alle operazioni interne, ma si estende lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti e alla rete di fornitori e partner.

In particolare:

  • una parte rilevante delle emissioni è generata nella supply chain

  • i prodotti continuano a generare emissioni durante l’utilizzo e lo smaltimento

  • le attività indirette superano spesso quelle direttamente controllate

Ignorare lo Scope 3 significa avere una visione parziale e sottostimata delle proprie emissioni GHG, con conseguenze anche su reporting e strategia ESG.

Perché lo Scope 3 è il più complesso da calcolare

Il calcolo delle emissioni Scope 3 è il più complesso all’interno della carbon footprint aziendale, perché richiede di raccogliere dati al di fuori del perimetro diretto dell’organizzazione.

A differenza degli Scope 1 e 2, dove i dati sono interni, lo Scope 3 coinvolge fornitori, partner e altri attori lungo la supply chain.

Le principali criticità includono:

  • dati frammentati, distribuiti tra diversi stakeholder

  • limitata disponibilità di informazioni, soprattutto nei fornitori meno strutturati

  • necessità di utilizzare stime, quando i dati reali non sono disponibili

  • variabilità elevata, che rende difficile il confronto nel tempo

Questo rende lo Scope 3 il punto in cui approcci manuali o non strutturati tendono a fallire.

Come calcolare le emissioni Scope 3

Il calcolo delle emissioni Scope 3 si basa sulle linee guida del GHG Protocol Scope 3 Standard, ma può essere effettuato con diversi livelli di precisione.

La scelta del metodo dipende dalla disponibilità dei dati e dal livello di maturità dell’azienda.

Le principali metodologie sono:

Metodo spend-based

Utilizza la spesa economica per stimare le emissioni, applicando fattori medi per settore.
È un metodo rapido e utile nelle fasi iniziali, ma meno preciso.

Metodo activity-based

Si basa su dati reali (quantità, consumi, trasporti), offrendo un livello di accuratezza più elevato.
Richiede però una raccolta dati più strutturata.

Metodo hybrid

Combina dati reali e stime, rappresentando spesso il miglior compromesso tra precisione e fattibilità operativa.

Nel tempo, le aziende evolvono tipicamente da approcci stimati a modelli sempre più basati su dati reali.

Scope 3 e supply chain: il ruolo dei fornitori

Le emissioni Scope 3 sono strettamente legate alla supply chain, rendendo la gestione dei fornitori un elemento centrale nella strategia di sostenibilità.

In molti casi, la quota più significativa della carbon footprint aziendale deriva proprio da attività esterne, come la produzione di materiali, i trasporti e i servizi acquistati.

Per questo motivo, le aziende devono adottare un approccio strutturato alla valutazione dei fornitori, integrando criteri ESG nei processi di procurement.

Questo significa:

  • raccogliere dati sulle emissioni dei fornitori

  • identificare le aree a maggiore impatto

  • coinvolgere la supply chain in percorsi di miglioramento

  • integrare sostenibilità e decisioni di acquisto

Questo approccio è alla base del procurement sostenibile e consente di intervenire dove l’impatto è realmente più significativo.

Scope 3 Categoria 15: emissioni finanziate

Tra le scope 3 categories, la Categoria 15 – Investimenti è una delle più complesse e rilevanti, soprattutto per istituzioni finanziarie.

Queste emissioni derivano dalle attività finanziate, come investimenti e prestiti, e corrispondono alle emissioni Scope 1 e Scope 2 delle aziende partecipate.

In questo caso, l’azienda non genera direttamente le emissioni, ma contribuisce indirettamente attraverso il capitale allocato.

Il calcolo può avvenire attraverso:

  • dati reali delle aziende partecipate (approccio più accurato)

  • stime basate su settore e ricavi (approccio meno preciso)


    La gestione delle emissioni finanziate è sempre più centrale per l’allineamento agli obiettivi climatici globali.

Le principali criticità nella gestione dello Scope 3

Oltre alla complessità del calcolo, la gestione dello Scope 3 presenta sfide operative significative.

Le aziende devono affrontare:

  • una supply chain articolata e poco trasparente

  • difficoltà nella raccolta e validazione dei dati

  • mancanza di standardizzazione tra fornitori

  • processi manuali che richiedono tempo e risorse

Senza un approccio strutturato, il rischio è ottenere dati incompleti o non affidabili, compromettendo reporting e decisioni strategiche.

Software Scope 3: come migliorare il processo

La complessità dello Scope 3 rende difficile gestire il processo con strumenti manuali o non integrati.

Per questo motivo, sempre più aziende adottano un software carbon footprint, che consente di trasformare un processo frammentato in un sistema strutturato e scalabile.

Un software dedicato permette di:

  • centralizzare i dati della supply chain

  • automatizzare il calcolo delle emissioni GHG

  • coinvolgere fornitori nella raccolta dati

  • migliorare qualità e tracciabilità delle informazioni

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Il risultato:
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AUTORE

Luis Antazema Headshot

Luis Antazema

ESG Analyst

Formed as a Chemical Engineer and with a focus on the energy sector, Luis applies a rigorous technical and analytical approach to decarbonisation and emissions measurement. Born in Bolivia and professionally developed across the United States and Europe, he contributes to the design and implementation of Carbon Footprint and Life Cycle Assessment (LCA) methodologies, helping organisations accurately quantify emissions while identifying opportunities to optimise processes, improve resource efficiency, and reduce operational costs. Luis approaches sustainability not only as a compliance exercise, but as a driver of measurable business value—linking environmental performance with economic returns, risk reduction, and long-term competitiveness.He works to make sustainability practical, data-driven, and financially meaningful for organisations and their stakeholders. Topics covered: Decarbonisation, Corporate Carbon Footprint, Life Cycle Assessment (LCA), Scope 1–2–3 accounting, GHG Protocol, Product Carbon Footprint (PCF).

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