Eventi meteorologici estremi, variazioni delle temperature, scarsità di risorse e cambiamenti nelle politiche climatiche possono incidere direttamente sull’attività di un’azienda.
Gli effetti possono riguardare uno stabilimento esposto ad alluvioni, un fornitore situato in un’area soggetta a siccità, l’aumento dei costi energetici oppure investimenti che rischiano di perdere valore a seguito di nuove regole o tecnologie.
L’analisi del rischio climatico serve a individuare queste esposizioni, valutarne la rilevanza e stabilire dove intervenire prima. In termini operativi, fare un’analisi rischio climatico significa capire quali attività possono essere interessate, con quale probabilità e quali conseguenze potrebbero prodursi sull’azienda.
Per essere utile alle decisioni aziendali, l’analisi deve andare oltre una descrizione generale dei possibili rischi. Occorre collegare ogni scenario agli asset, ai processi e alle attività effettivamente esposte, stimando probabilità, vulnerabilità e potenziale impatto economico o operativo.
Cos’è il rischio climatico e perché riguarda le aziende
Il rischio climatico rappresenta la possibilità che il cambiamento del clima o la transizione verso un’economia a minori emissioni producano conseguenze negative sull’azienda.
Queste conseguenze possono manifestarsi in modi molto diversi. Un evento meteorologico può interrompere la produzione per alcuni giorni. Temperature diverse dal solito possono aumentare il consumo energetico di uno stabilimento. Una nuova politica sulle emissioni può modificare il costo di determinate attività. Un cambiamento tecnologico può ridurre la competitività di prodotti ad alta intensità di carbonio.
Insomma, gli effetti sono diversi a seconda del tipo di esposizione dell'azienda, per questo il rischio climatico deve essere letto attraverso le caratteristiche specifiche dell’organizzazione.
Un’impresa manifatturiera con più stabilimenti avrà esposizioni differenti rispetto a un’azienda di servizi. Allo stesso modo, due stabilimenti appartenenti allo stesso gruppo possono presentare livelli di rischio molto diversi in base alla posizione geografica, alla disponibilità di acqua, alla dipendenza energetica o alla struttura della catena di fornitura.
Quando si parla di rischi del cambiamento climatico, quindi, una classificazione generale è solo il punto di partenza. L’effettivo livello di esposizione dipende da dove opera l’azienda, da quali risorse utilizza e da quanto i suoi processi dipendono da infrastrutture, fornitori e condizioni esterne.

Rischio climatico e rischio ambientale: qual è la differenza?
Il rischio ambientale è un concetto più ampio. Comprende i rischi collegati all’ambiente che possono avere conseguenze sull’azienda o essere generati dalle sue attività, ad esempio contaminazione del suolo, gestione delle acque, emissioni inquinanti o perdita di biodiversità.
I rischi climatici costituiscono una parte specifica di questo quadro e riguardano gli effetti del cambiamento climatico e delle misure adottate per affrontarlo.
Un’analisi del rischio ambientale può quindi includere anche il rischio climatico, ma le due valutazioni non coincidono necessariamente. Per questo, quando si analizzano insieme rischi climatici e ambientali, è utile definire con precisione quali fenomeni rientrano nel perimetro della valutazione.
Definire correttamente il perimetro è importante soprattutto quando l’azienda gestisce più siti o opera in settori caratterizzati da una forte dipendenza da risorse naturali, energia e infrastrutture. Anche i sistemi di gestione ambientale, come quelli collegati alla ISO 14001, possono contribuire a strutturare responsabilità, controlli e monitoraggio dei fattori ambientali rilevanti.
Rischi climatici fisici e di transizione: le due categorie principali
L’analisi parte normalmente dalla distinzione tra rischi climatici fisici e rischi climatici di transizione, le due principali categorie utilizzate per leggere il rischio climatico aziendale. La stessa distinzione viene utilizzata dall’IFRS S2 per l’analisi dei rischi e delle opportunità legate al clima.
Distinguere tra rischio climatico fisico e di transizione consente di separare gli impatti direttamente collegati al clima da quelli generati dall’evoluzione normativa, tecnologica ed economica.
Rischi climatici fisici
I rischi fisici del cambiamento climatico derivano dagli effetti delle variazioni climatiche sulle attività e sugli asset aziendali.
Possono essere acuti, quando sono associati a singoli eventi estremi, oppure cronici, quando derivano da cambiamenti progressivi delle condizioni climatiche.
Un’alluvione che rende temporaneamente inutilizzabile uno stabilimento rappresenta un rischio acuto. L’aumento progressivo delle temperature medie o una riduzione strutturale della disponibilità di acqua rappresentano invece rischi cronici.
La rilevanza economica dipende dall’esposizione concreta dell’azienda. Lo stesso evento può avere conseguenze molto diverse a seconda dell’asset coinvolto: limitate per un ufficio commerciale e molto più significative per uno stabilimento produttivo con macchinari difficili da sostituire.
Rischi climatici di transizione
I rischi climatici di transizione emergono dai cambiamenti necessari per ridurre le emissioni e modificare modelli produttivi, energetici e di consumo.
Tra i fattori da valutare rientrano nuove regole sulle emissioni, sistemi di tariffazione del carbonio, sviluppo di tecnologie alternative e variazioni della domanda.
Per un’azienda industriale, ad esempio, un aumento del costo delle emissioni può modificare la convenienza economica di un processo produttivo. In questi casi conoscere la propria Carbon Footprint aziendale consente di individuare le fonti emissive più rilevanti e capire quali attività risultano maggiormente esposte a possibili variazioni del costo delle emissioni.
Anche il consumo energetico può diventare un elemento significativo. Prezzi, disponibilità delle fonti e politiche energetiche possono modificare i costi di processi ad alta intensità energetica, rendendo utile una gestione strutturata dell’energia e dei relativi dati.
Per un produttore di componenti, invece, la diffusione di una nuova tecnologia può modificare rapidamente la domanda di alcune linee di prodotto.
Le conseguenze possono arrivare anche alla dimensione finanziaria: variazioni dei costi operativi, svalutazione di determinati asset o investimenti aggiuntivi possono generare rischi finanziari derivanti dal cambiamento climatico.
Per questo l’analisi non dovrebbe limitarsi alla conformità normativa. La domanda da porsi è quale effetto concreto possa avere ogni cambiamento su costi, ricavi, investimenti e continuità operativa.
Come fare un’analisi del rischio climatico
Una analisi dei rischi climatici efficace segue un processo strutturato. L’obiettivo è arrivare a un insieme di rischi comparabili, sufficientemente dettagliati da permettere all’azienda di stabilire delle priorità.

1. Identificare attività, asset e aree esposte
Il primo passaggio consiste nel definire cosa deve essere analizzato.
Per un gruppo industriale può essere utile partire dagli stabilimenti, dai magazzini, dai principali fornitori e dagli asset strategici. Per ciascun elemento occorre capire quali fattori climatici potrebbero comprometterne l’operatività.
La localizzazione geografica ha un ruolo centrale nell’analisi dei rischi fisici. Due siti con funzioni identiche possono avere esposizioni completamente differenti se uno si trova in un’area soggetta ad alluvioni e l’altro in una zona caratterizzata da stress idrico.
Per i rischi di transizione, invece, diventano particolarmente rilevanti fattori come intensità energetica, emissioni generate, tecnologie utilizzate e dipendenza da determinati mercati.
L’esposizione può inoltre estendersi oltre il perimetro diretto dell’impresa. Se una materia prima o un componente critico proviene da pochi fornitori concentrati nella stessa area geografica, un evento climatico può avere ripercussioni sulla continuità produttiva anche quando gli stabilimenti dell’azienda non vengono colpiti direttamente. Una valutazione strutturata dei fornitori può quindi contribuire a individuare dipendenze e aree della catena di fornitura che richiedono maggiore attenzione.
Questa fase permette di evitare valutazioni troppo generiche e concentra l’analisi sulle attività realmente rilevanti.
2. Valutare pericolo, esposizione, vulnerabilità e impatto
Una volta identificati i rischi è necessario determinarne il livello di priorità.
La valutazione del rischio climatico e della vulnerabilità parte dall’analisi di tre elementi: il pericolo climatico, l’esposizione dell’attività o dell’asset e la sua vulnerabilità. È la relazione utilizzata anche dall’IPCC nella definizione del rischio climatico, dove il rischio deriva dall’interazione dinamica tra pericolo, esposizione e vulnerabilità.
Su questa base l’azienda può poi stimare la probabilità e la gravità delle conseguenze e attribuire una priorità ai diversi rischi.
Consideriamo, ad esempio, uno stabilimento situato in una zona potenzialmente soggetta ad alluvioni. La sola presenza del pericolo non è sufficiente per determinare il livello di rischio.
Occorre verificare quanto il sito sia effettivamente esposto, quanto sia vulnerabile all’evento e quali effetti un’interruzione avrebbe sull’attività. Un sito dotato di sistemi di protezione, capacità produttiva alternativa e copertura assicurativa presenta un profilo differente rispetto a un impianto privo di misure di adattamento.
L’impatto può essere espresso attraverso criteri quantitativi, quando sono disponibili dati sufficienti, oppure attraverso scale qualitative definite dall’azienda.
La metodologia deve rimanere coerente tra i diversi rischi, così da permetterne il confronto.
3. Considerare diversi scenari climatici
Il rischio climatico evolve nel tempo. Una valutazione riferita esclusivamente alla situazione attuale può sottostimare esposizioni future.
L’analisi dovrebbe considerare diversi orizzonti temporali e scenari.
Per i rischi fisici questo permette di valutare come potrebbero cambiare frequenza e intensità di fenomeni come temperature elevate, precipitazioni estreme o scarsità idrica.
Per i rischi di transizione consente invece di analizzare possibili evoluzioni di prezzi dell’energia, politiche climatiche, tecnologie e domanda di mercato.
L’ESRS E1, dedicato al cambiamento climatico, collega l’analisi dei rischi climatici all’esposizione degli asset e delle attività nel breve, medio e lungo periodo e prevede specifiche informazioni sull’utilizzo degli scenari climatici. Per le aziende interessate dagli obblighi di reporting, questo aspetto si inserisce nel quadro più ampio previsto dalla CSRD e dagli standard ESRS.
L’obiettivo non è prevedere con precisione cosa accadrà. L’analisi di scenario serve a verificare quanto strategia, attività e asset aziendali siano resilienti rispetto a differenti possibili evoluzioni del clima e della transizione.
4. Definire una priorità per ogni rischio
Una volta completata la valutazione, i rischi possono essere rappresentati attraverso una matrice che combina probabilità e impatto.
Questo permette di distinguere i rischi che richiedono interventi immediati da quelli che possono essere monitorati.
Una matrice semplice può, ad esempio, assegnare a probabilità e impatto un valore da 1 a 5. Il risultato consente di ottenere un punteggio comparabile tra rischi differenti.
Il punteggio da solo, però, non dovrebbe sostituire l’analisi. Due rischi con lo stesso valore possono richiedere risposte molto diverse in base alla capacità dell’azienda di intervenire, ai tempi necessari e agli investimenti richiesti.
La priorità finale dovrebbe quindi tenere conto anche delle misure già presenti e del livello di rischio residuo dopo la loro applicazione.
Come gestire i rischi climatici individuati
Terminata l’analisi, il passaggio successivo consiste nel trasformare le priorità emerse in azioni concrete di gestione dei rischi climatici.

Per ciascun rischio rilevante, l’azienda dovrebbe definire come intervenire: ridurre l’esposizione o la vulnerabilità, limitarne le conseguenze, trasferire parte del rischio oppure accettarlo e mantenerlo sotto controllo.
Nel caso dei rischi fisici, le misure possono riguardare l’adeguamento degli stabilimenti, sistemi di protezione, fornitori alternativi o piani di continuità operativa. Per i rischi di transizione, invece, possono essere necessari interventi di efficienza energetica, sostituzione di tecnologie, riduzione delle emissioni o revisione di prodotti e investimenti. Per le imprese che stanno definendo obiettivi di riduzione delle emissioni, metodologie come la Science Based Targets initiative (SBTi) possono fornire un riferimento per strutturare obiettivi climatici coerenti con percorsi di decarbonizzazione.
Per rendere la gestione realmente operativa, ogni azione dovrebbe essere associata a un responsabile, una tempistica e un indicatore di avanzamento. Questo permette di verificare se le misure previste vengono effettivamente implementate e se producono una riduzione misurabile dell’esposizione.
Gestire il rischio climatico richiede anche di portare queste informazioni nei processi decisionali in cui possono incidere concretamente sui risultati aziendali. Un nuovo stabilimento, ad esempio, può essere valutato considerando l’esposizione futura dell’area a temperature estreme o scarsità idrica. Allo stesso modo, nella selezione di un fornitore strategico può essere utile considerare la sua capacità di mantenere la continuità operativa in presenza di eventi climatici.
La valutazione deve inoltre essere aggiornata dopo l’introduzione delle misure. Questo consente di stimare il rischio residuo, cioè il livello di esposizione che rimane dopo gli interventi adottati.
Se, ad esempio, un sito ad alto rischio di alluvione viene protetto attraverso opere specifiche e un piano di continuità operativa, il livello di rischio potrebbe diminuire sensibilmente. La nuova valutazione dovrebbe riflettere questa variazione.
Anche i fattori esterni possono cambiare nel tempo. Nuovi dati climatici, evoluzioni normative o modifiche nella catena di fornitura possono rendere più o meno rilevanti rischi precedentemente valutati.
Per questo è utile mantenere una struttura che colleghi rischio iniziale, misure adottate, responsabili, stato di avanzamento e rischio residuo. Per organizzazioni con numerosi siti o unità operative, una gestione centralizzata facilita il confronto e l’aggiornamento periodico delle valutazioni.
Rendere l’analisi del rischio climatico utile alle decisioni aziendali
Il valore dell’analisi dipende dalla sua capacità di supportare decisioni concrete.
Una valutazione molto dettagliata perde efficacia se rimane separata dai processi in cui l’azienda decide dove investire, quali fornitori selezionare, quali asset proteggere o quali interventi prioritizzare.
Per questo è utile costruire un sistema che permetta di aggiornare i rischi nel tempo, confrontare siti o attività diverse e verificare l’efficacia delle azioni adottate. La gestione della transizione e dei rischi climatici diventa così parte dei processi aziendali che già governano investimenti, continuità operativa e allocazione delle risorse.
La qualità dell’analisi dipende soprattutto dalla precisione con cui le informazioni climatiche vengono collegate alla realtà operativa dell’azienda. Un rischio diventa realmente gestibile quando è chiaro quale attività riguarda, quale conseguenza può generare, quale intervento è previsto e chi ne è responsabile.
Per aziende con molti siti, fornitori o processi da monitorare, un software ESG può supportare questo lavoro centralizzando valutazioni, responsabilità, documenti e azioni, mantenendo aggiornato nel tempo il quadro dei rischi climatici.
AUTORE

Sharon Ridolfo
ESG analyst
Con un background nella ricerca ambientale internazionale, Sharon ha sviluppato competenze avanzate nell’analisi dei dati e nel monitoraggio delle emissioni, con un focus sullo studio degli inquinanti atmosferici e degli impatti ambientali. Dopo aver coordinato attività di ricerca in progetti europei Horizon 2020 e sviluppato piani di monitoraggio e valutazioni del rischio ambientale, oggi si occupa di ESG reporting e di reporting di sostenibilità, supportando le aziende nella strutturazione di dati solidi, misurabili e coerenti con i principali standard di riferimento. Di indole solare ed energica, è appassionata del mondo animale e della tutela dell’ambiente, valori che rafforzano il suo impegno professionale. Argomenti trattati: ESG reporting, reporting di sostenibilità, KPI ambientali, monitoraggio delle emissioni, cambiamento climatico, analisi dei dati ambientali.
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