Direttive e Regolamenti UE ESG

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Cos’è il passaporto digitale di prodotto, quali dati richiede, settori coinvolti e come prepararsi all’ESPR.

Cos’è il passaporto digitale di prodotto, quali dati richiede, settori coinvolti e come prepararsi all’ESPR.

Aggiornato a giugno 2026

Foto ritratto Alessandro Nora
Alessandro Nora
Illustrazione di un Passaporto Digitale del Prodotto (DPP) ecologico, con icone collegate che rappresentano sostenibilità, riciclo, materiali, logistica, certificazioni, fornitori e dati della catena di fornitura.

Cos’è il passaporto digitale di prodotto e qual è il suo obiettivo

Il passaporto digitale di prodotto è una sorta di carta d’identità digitale del prodotto. Il suo obiettivo è raccogliere e rendere disponibili informazioni utili per valutare sostenibilità, circolarità e conformità dei prodotti lungo il loro ciclo di vita.

Non si tratta di un semplice archivio documentale. Il passaporto dovrà permettere a soggetti diversi, come aziende, autorità, clienti professionali, riparatori, riciclatori o operatori della catena di fornitura, di accedere alle informazioni rilevanti in base al proprio ruolo.

Infografica che spiega il passaporto digitale di prodotto come carta d’identità digitale del prodotto, collegando dati tecnici, dati ambientali, tracciabilità e conformità.

In termini pratici, il DPP serve a migliorare la tracciabilità. Grazie a questo passaporto ogni prodotto verrà descritto attraverso dati collegati alla sua composizione, alle sue prestazioni, ai materiali utilizzati, alla possibilità di ripararlo, alla presenza di sostanze rilevanti e alla gestione a fine vita.

Questo è particolarmente importante per le aziende che lavorano con prodotti complessi, fornitori multipli o catene di produzione distribuite. In questi casi, una parte significativa delle informazioni richieste non si trova in un unico sistema aziendale, ma in schede tecniche, dichiarazioni dei fornitori, certificazioni, distinte base, documenti di qualità e analisi ambientali.

Il valore operativo del passaporto digitale di prodotto sta proprio in questo: trasformare dati frammentati in informazioni utilizzabili. Per riuscirci, le aziende devono capire quali dati sono già disponibili, quali sono affidabili, quali devono essere aggiornati e quali mancano del tutto.

ESPR e settori coinvolti: da dove parte l’obbligo

Il passaporto digitale di prodotto nasce all’interno dell’ESPR, il Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili. Il Regolamento UE 2024/1781 amplia l’approccio già presente nella normativa sull’ecodesign, che in passato era concentrata soprattutto sui prodotti legati all’energia.

Con l’ESPR, l’Unione Europea potrà definire requisiti specifici su durabilità, riparabilità, efficienza nell’uso delle risorse, contenuto riciclato, possibilità di riciclo, presenza di sostanze problematiche e informazioni ambientali. Il passaporto digitale di prodotto sarà lo strumento attraverso cui rendere queste informazioni accessibili e controllabili.

Infografica sull’ESPR e sui settori coinvolti dal passaporto digitale di prodotto, con distinzione tra prodotti finiti come tessili, mobili, materassi e pneumatici, e materiali intermedi come ferro, acciaio e alluminio.

L’obbligo non si applica nello stesso momento a tutti i prodotti. Il primo piano di lavoro 2025–2030 indica le categorie prioritarie su cui la Commissione inizierà a lavorare, ma i requisiti concreti saranno definiti attraverso atti delegati specifici per ciascuna categoria. Per le aziende, questo significa che tempi, dati richiesti e responsabilità dipenderanno dal tipo di prodotto immesso sul mercato.

Le prime categorie prioritarie possono essere lette in due gruppi.

Prodotti finiti, dove l’impatto riguarda in modo più diretto produttori, marchi, importatori, distributori e operatori che immettono il prodotto sul mercato europeo:

  • tessili, con focus sull’abbigliamento;

  • mobili;

  • materassi;

  • pneumatici.

Materiali intermedi, dove l’impatto riguarda sia chi produce il materiale, sia le aziende a valle che lo utilizzano nei propri prodotti:

  • ferro e acciaio;

  • alluminio.

Questa distinzione è importante perché cambia il tipo di preparazione richiesta. Per un’azienda che vende un prodotto finito, il passaporto digitale sarà collegato direttamente al prodotto immesso sul mercato. Per un’azienda che produce o utilizza materiali intermedi, il tema può riguardare invece la capacità di fornire dati affidabili a clienti industriali, produttori e filiere che dovranno costruire il passaporto del prodotto finale.

Anche un’impresa che non vende direttamente una categoria prioritaria può quindi essere coinvolta in modo indiretto. Un produttore che fornisce componenti, materiali, semilavorati o trattamenti a un cliente soggetto ai nuovi requisiti potrebbe ricevere richieste di dati per alimentare il passaporto digitale del prodotto finale.

Il primo passaggio è verificare se i prodotti aziendali rientrano tra le categorie prioritarie o se l’azienda opera come fornitore all’interno di filiere che saranno coinvolte. Questa analisi aiuta a capire quando iniziare a prepararsi, quali informazioni raccogliere e quali funzioni interne dovranno essere coinvolte.

Quali dati dovrà contenere il passaporto digitale di prodotto

I contenuti del passaporto digitale di prodotto dipenderanno dagli atti delegati specifici per ciascuna categoria. Non esisterà quindi un modello unico valido per tutti i prodotti, ma un insieme di requisiti costruiti in base alle caratteristiche e agli impatti della categoria interessata.

Alcune informazioni saranno probabilmente ricorrenti. Tra queste rientrano composizione del prodotto, materiali utilizzati, componenti principali, presenza di sostanze rilevanti, contenuto riciclato, prestazioni tecniche, durabilità, riparabilità, riciclabilità e indicazioni per manutenzione, riutilizzo o fine vita.

Infografica che mostra i principali dati contenuti nel passaporto digitale di prodotto: composizione, materiali e componenti, sostanze rilevanti, contenuto riciclato, prestazioni e fine vita.

Per un’azienda, il punto delicato è collegare questi dati al livello corretto. Alcune informazioni riguardano il singolo prodotto, altre la famiglia di prodotto, altre ancora il materiale, il componente o il fornitore. Se questa struttura non è chiara, il rischio è raccogliere dati difficili da usare o non coerenti con i requisiti richiesti.

Il passaporto digitale di prodotto richiede anche una gestione più rigorosa delle fonti. Un dato tecnico può provenire da una scheda prodotto, da un certificato, da una dichiarazione del fornitore, da una prova di laboratorio o da un sistema gestionale interno. Ogni informazione dovrebbe avere un’origine chiara, una data di aggiornamento e un responsabile.

Questo aspetto è essenziale per la conformità. Se un dato viene aggiornato da un fornitore, se cambia un materiale o se viene modificato un processo produttivo, il passaporto deve poter riflettere quella modifica. Un DPP costruito su informazioni statiche rischia di diventare rapidamente obsoleto.

Il legame con il ciclo vita prodotti è diretto. Le informazioni richieste non si limitano alla fase di vendita, ma possono riguardare progettazione, approvvigionamento, produzione, uso, riparazione, riciclo e fine vita. Per questo il passaporto digitale di prodotto spinge le aziende a leggere il prodotto in modo più completo, dalla scelta dei materiali alla gestione dopo l’utilizzo.

Questo approccio è vicino alla logica dell’LCA, perché richiede di osservare il prodotto lungo più fasi del suo ciclo di vita. La differenza è che il passaporto digitale non si limita a misurare gli impatti ambientali: deve rendere accessibili informazioni tecniche e ambientali aggiornate, utilizzabili da soggetti diversi lungo la filiera.

Il legame tra DPP, LCA e dati ambientali di prodotto

Il passaporto digitale di prodotto non coincide con un’analisi LCA, una Carbon Footprint di Prodotto o una Dichiarazione ambientale di prodotto. Tuttavia, questi strumenti possono diventare fonti importanti per costruire dati ambientali più solidi.

Una LCA prodotto analizza gli impatti ambientali lungo il ciclo di vita, dalla materia prima alla produzione, dall’uso al fine vita. Questo tipo di analisi può aiutare l’azienda a capire dove si concentrano gli impatti più rilevanti e quali dati servono per descrivere meglio il prodotto. Per le aziende che stanno iniziando, può essere utile partire da una guida pratica su come fare un LCA, così da capire quali informazioni raccogliere e come strutturarle.

La Carbon Footprint di Prodotto si concentra invece sulle emissioni di gas serra associate a un prodotto. Può essere utile quando il passaporto richiede informazioni legate all’impronta climatica o quando l’azienda deve collegare dati di prodotto a obiettivi di riduzione delle emissioni. In questo caso, il lavoro può essere collegato anche al calcolo della Product Carbon Footprint, soprattutto quando il prodotto ha una filiera complessa o materiali con impatti emissivi rilevanti.

Anche la Dichiarazione ambientale di prodotto, o EPD, può supportare il lavoro sul DPP. Una EPD contiene informazioni ambientali basate su regole di categoria e può offrire una base documentale già strutturata, soprattutto per settori in cui la certificazione ambientale di prodotto è già diffusa.

Il collegamento più operativo riguarda l’inventario del ciclo di vita, spesso indicato anche come Life Cycle Inventory. Questa fase raccoglie dati su materiali, energia, trasporti, processi, rifiuti ed emissioni. Molte delle informazioni necessarie per un inventario del ciclo di vita possono essere utili anche per il passaporto digitale di prodotto, se sono organizzate in modo coerente e aggiornabile.

Per questo motivo, le aziende che hanno già lavorato su LCA, carbon footprint o EPD partono spesso da una base più solida. Hanno già affrontato temi come confini di analisi, qualità del dato, fonti, ipotesi di calcolo e collegamento tra dati tecnici e dati ambientali.

Il DPP richiede però un passaggio ulteriore. I dati ambientali devono poter essere collegati al prodotto, aggiornati nel tempo e messi a disposizione secondo regole di accesso definite. La qualità del dato resta centrale, ma diventa altrettanto importante la capacità di gestirlo in modo continuo.

Come prepararsi: fornitori, responsabilità e strumenti digitali

La preparazione al passaporto digitale di prodotto dovrebbe partire da una mappatura dei prodotti e delle famiglie di prodotto. L’obiettivo è capire quali articoli potrebbero rientrare nei prossimi obblighi, quali sono collegati a settori prioritari e quali dati sono già disponibili.

Il secondo passaggio riguarda le fonti informative. Per ogni prodotto o famiglia di prodotto, l’azienda dovrebbe identificare dove si trovano i dati su materiali, componenti, sostanze, fornitori, prestazioni, manutenzione, riciclabilità e fine vita. Questo lavoro permette di distinguere tra dati interni, dati forniti da terzi e informazioni che richiedono una verifica tecnica.

La catena di fornitura avrà un ruolo centrale. Molte informazioni necessarie per il DPP dipendono da fornitori, terzisti, produttori di componenti o partner logistici. Per questo è utile definire procedure chiare di raccolta, controllo e aggiornamento delle informazioni, evitando richieste non standardizzate o documenti difficili da confrontare.

Questo lavoro può sovrapporsi ad altri processi ESG già esistenti. I dati richiesti ai fornitori, ad esempio, possono essere collegati alla valutazione della catena di fornitura o alla raccolta di informazioni sulle emissioni Scope 3, soprattutto quando materiali, trasporti e componenti incidono in modo rilevante sull’impatto del prodotto.

Serve anche una governance interna. Progettazione, acquisti, qualità, sostenibilità, produzione e controllo di gestione possono avere responsabilità diverse sullo stesso prodotto. Senza una chiara attribuzione dei ruoli, il rischio è che i dati vengano raccolti più volte, con criteri diversi o senza un responsabile della validazione.

Una piattaforma o un software ESG può supportare questo processo quando permette di centralizzare le informazioni, collegarle alle fonti, assegnare responsabilità e mantenere uno storico degli aggiornamenti. Lo stesso vale per strumenti legati all’LCA, alla Carbon Footprint, alla valutazione dei fornitori quando i dati di prodotto devono essere collegati anche alla rendicontazione aziendale.

Il passaporto digitale di prodotto richiederà dati tecnici, ambientali e di filiera più ordinati. Le aziende che iniziano a lavorare ora su mappatura dei prodotti, qualità delle fonti e responsabilità interne potranno affrontare gli obblighi con maggiore controllo, evitando di ricostruire le informazioni quando i requisiti saranno già applicabili.

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Cos’è il passaporto digitale di prodotto e qual è il suo obiettivo

Il passaporto digitale di prodotto è una sorta di carta d’identità digitale del prodotto. Il suo obiettivo è raccogliere e rendere disponibili informazioni utili per valutare sostenibilità, circolarità e conformità dei prodotti lungo il loro ciclo di vita.

Non si tratta di un semplice archivio documentale. Il passaporto dovrà permettere a soggetti diversi, come aziende, autorità, clienti professionali, riparatori, riciclatori o operatori della catena di fornitura, di accedere alle informazioni rilevanti in base al proprio ruolo.

Infografica che spiega il passaporto digitale di prodotto come carta d’identità digitale del prodotto, collegando dati tecnici, dati ambientali, tracciabilità e conformità.

In termini pratici, il DPP serve a migliorare la tracciabilità. Grazie a questo passaporto ogni prodotto verrà descritto attraverso dati collegati alla sua composizione, alle sue prestazioni, ai materiali utilizzati, alla possibilità di ripararlo, alla presenza di sostanze rilevanti e alla gestione a fine vita.

Questo è particolarmente importante per le aziende che lavorano con prodotti complessi, fornitori multipli o catene di produzione distribuite. In questi casi, una parte significativa delle informazioni richieste non si trova in un unico sistema aziendale, ma in schede tecniche, dichiarazioni dei fornitori, certificazioni, distinte base, documenti di qualità e analisi ambientali.

Il valore operativo del passaporto digitale di prodotto sta proprio in questo: trasformare dati frammentati in informazioni utilizzabili. Per riuscirci, le aziende devono capire quali dati sono già disponibili, quali sono affidabili, quali devono essere aggiornati e quali mancano del tutto.

ESPR e settori coinvolti: da dove parte l’obbligo

Il passaporto digitale di prodotto nasce all’interno dell’ESPR, il Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili. Il Regolamento UE 2024/1781 amplia l’approccio già presente nella normativa sull’ecodesign, che in passato era concentrata soprattutto sui prodotti legati all’energia.

Con l’ESPR, l’Unione Europea potrà definire requisiti specifici su durabilità, riparabilità, efficienza nell’uso delle risorse, contenuto riciclato, possibilità di riciclo, presenza di sostanze problematiche e informazioni ambientali. Il passaporto digitale di prodotto sarà lo strumento attraverso cui rendere queste informazioni accessibili e controllabili.

Infografica sull’ESPR e sui settori coinvolti dal passaporto digitale di prodotto, con distinzione tra prodotti finiti come tessili, mobili, materassi e pneumatici, e materiali intermedi come ferro, acciaio e alluminio.

L’obbligo non si applica nello stesso momento a tutti i prodotti. Il primo piano di lavoro 2025–2030 indica le categorie prioritarie su cui la Commissione inizierà a lavorare, ma i requisiti concreti saranno definiti attraverso atti delegati specifici per ciascuna categoria. Per le aziende, questo significa che tempi, dati richiesti e responsabilità dipenderanno dal tipo di prodotto immesso sul mercato.

Le prime categorie prioritarie possono essere lette in due gruppi.

Prodotti finiti, dove l’impatto riguarda in modo più diretto produttori, marchi, importatori, distributori e operatori che immettono il prodotto sul mercato europeo:

  • tessili, con focus sull’abbigliamento;

  • mobili;

  • materassi;

  • pneumatici.

Materiali intermedi, dove l’impatto riguarda sia chi produce il materiale, sia le aziende a valle che lo utilizzano nei propri prodotti:

  • ferro e acciaio;

  • alluminio.

Questa distinzione è importante perché cambia il tipo di preparazione richiesta. Per un’azienda che vende un prodotto finito, il passaporto digitale sarà collegato direttamente al prodotto immesso sul mercato. Per un’azienda che produce o utilizza materiali intermedi, il tema può riguardare invece la capacità di fornire dati affidabili a clienti industriali, produttori e filiere che dovranno costruire il passaporto del prodotto finale.

Anche un’impresa che non vende direttamente una categoria prioritaria può quindi essere coinvolta in modo indiretto. Un produttore che fornisce componenti, materiali, semilavorati o trattamenti a un cliente soggetto ai nuovi requisiti potrebbe ricevere richieste di dati per alimentare il passaporto digitale del prodotto finale.

Il primo passaggio è verificare se i prodotti aziendali rientrano tra le categorie prioritarie o se l’azienda opera come fornitore all’interno di filiere che saranno coinvolte. Questa analisi aiuta a capire quando iniziare a prepararsi, quali informazioni raccogliere e quali funzioni interne dovranno essere coinvolte.

Quali dati dovrà contenere il passaporto digitale di prodotto

I contenuti del passaporto digitale di prodotto dipenderanno dagli atti delegati specifici per ciascuna categoria. Non esisterà quindi un modello unico valido per tutti i prodotti, ma un insieme di requisiti costruiti in base alle caratteristiche e agli impatti della categoria interessata.

Alcune informazioni saranno probabilmente ricorrenti. Tra queste rientrano composizione del prodotto, materiali utilizzati, componenti principali, presenza di sostanze rilevanti, contenuto riciclato, prestazioni tecniche, durabilità, riparabilità, riciclabilità e indicazioni per manutenzione, riutilizzo o fine vita.

Infografica che mostra i principali dati contenuti nel passaporto digitale di prodotto: composizione, materiali e componenti, sostanze rilevanti, contenuto riciclato, prestazioni e fine vita.

Per un’azienda, il punto delicato è collegare questi dati al livello corretto. Alcune informazioni riguardano il singolo prodotto, altre la famiglia di prodotto, altre ancora il materiale, il componente o il fornitore. Se questa struttura non è chiara, il rischio è raccogliere dati difficili da usare o non coerenti con i requisiti richiesti.

Il passaporto digitale di prodotto richiede anche una gestione più rigorosa delle fonti. Un dato tecnico può provenire da una scheda prodotto, da un certificato, da una dichiarazione del fornitore, da una prova di laboratorio o da un sistema gestionale interno. Ogni informazione dovrebbe avere un’origine chiara, una data di aggiornamento e un responsabile.

Questo aspetto è essenziale per la conformità. Se un dato viene aggiornato da un fornitore, se cambia un materiale o se viene modificato un processo produttivo, il passaporto deve poter riflettere quella modifica. Un DPP costruito su informazioni statiche rischia di diventare rapidamente obsoleto.

Il legame con il ciclo vita prodotti è diretto. Le informazioni richieste non si limitano alla fase di vendita, ma possono riguardare progettazione, approvvigionamento, produzione, uso, riparazione, riciclo e fine vita. Per questo il passaporto digitale di prodotto spinge le aziende a leggere il prodotto in modo più completo, dalla scelta dei materiali alla gestione dopo l’utilizzo.

Questo approccio è vicino alla logica dell’LCA, perché richiede di osservare il prodotto lungo più fasi del suo ciclo di vita. La differenza è che il passaporto digitale non si limita a misurare gli impatti ambientali: deve rendere accessibili informazioni tecniche e ambientali aggiornate, utilizzabili da soggetti diversi lungo la filiera.

Il legame tra DPP, LCA e dati ambientali di prodotto

Il passaporto digitale di prodotto non coincide con un’analisi LCA, una Carbon Footprint di Prodotto o una Dichiarazione ambientale di prodotto. Tuttavia, questi strumenti possono diventare fonti importanti per costruire dati ambientali più solidi.

Una LCA prodotto analizza gli impatti ambientali lungo il ciclo di vita, dalla materia prima alla produzione, dall’uso al fine vita. Questo tipo di analisi può aiutare l’azienda a capire dove si concentrano gli impatti più rilevanti e quali dati servono per descrivere meglio il prodotto. Per le aziende che stanno iniziando, può essere utile partire da una guida pratica su come fare un LCA, così da capire quali informazioni raccogliere e come strutturarle.

La Carbon Footprint di Prodotto si concentra invece sulle emissioni di gas serra associate a un prodotto. Può essere utile quando il passaporto richiede informazioni legate all’impronta climatica o quando l’azienda deve collegare dati di prodotto a obiettivi di riduzione delle emissioni. In questo caso, il lavoro può essere collegato anche al calcolo della Product Carbon Footprint, soprattutto quando il prodotto ha una filiera complessa o materiali con impatti emissivi rilevanti.

Anche la Dichiarazione ambientale di prodotto, o EPD, può supportare il lavoro sul DPP. Una EPD contiene informazioni ambientali basate su regole di categoria e può offrire una base documentale già strutturata, soprattutto per settori in cui la certificazione ambientale di prodotto è già diffusa.

Il collegamento più operativo riguarda l’inventario del ciclo di vita, spesso indicato anche come Life Cycle Inventory. Questa fase raccoglie dati su materiali, energia, trasporti, processi, rifiuti ed emissioni. Molte delle informazioni necessarie per un inventario del ciclo di vita possono essere utili anche per il passaporto digitale di prodotto, se sono organizzate in modo coerente e aggiornabile.

Per questo motivo, le aziende che hanno già lavorato su LCA, carbon footprint o EPD partono spesso da una base più solida. Hanno già affrontato temi come confini di analisi, qualità del dato, fonti, ipotesi di calcolo e collegamento tra dati tecnici e dati ambientali.

Il DPP richiede però un passaggio ulteriore. I dati ambientali devono poter essere collegati al prodotto, aggiornati nel tempo e messi a disposizione secondo regole di accesso definite. La qualità del dato resta centrale, ma diventa altrettanto importante la capacità di gestirlo in modo continuo.

Come prepararsi: fornitori, responsabilità e strumenti digitali

La preparazione al passaporto digitale di prodotto dovrebbe partire da una mappatura dei prodotti e delle famiglie di prodotto. L’obiettivo è capire quali articoli potrebbero rientrare nei prossimi obblighi, quali sono collegati a settori prioritari e quali dati sono già disponibili.

Il secondo passaggio riguarda le fonti informative. Per ogni prodotto o famiglia di prodotto, l’azienda dovrebbe identificare dove si trovano i dati su materiali, componenti, sostanze, fornitori, prestazioni, manutenzione, riciclabilità e fine vita. Questo lavoro permette di distinguere tra dati interni, dati forniti da terzi e informazioni che richiedono una verifica tecnica.

La catena di fornitura avrà un ruolo centrale. Molte informazioni necessarie per il DPP dipendono da fornitori, terzisti, produttori di componenti o partner logistici. Per questo è utile definire procedure chiare di raccolta, controllo e aggiornamento delle informazioni, evitando richieste non standardizzate o documenti difficili da confrontare.

Questo lavoro può sovrapporsi ad altri processi ESG già esistenti. I dati richiesti ai fornitori, ad esempio, possono essere collegati alla valutazione della catena di fornitura o alla raccolta di informazioni sulle emissioni Scope 3, soprattutto quando materiali, trasporti e componenti incidono in modo rilevante sull’impatto del prodotto.

Serve anche una governance interna. Progettazione, acquisti, qualità, sostenibilità, produzione e controllo di gestione possono avere responsabilità diverse sullo stesso prodotto. Senza una chiara attribuzione dei ruoli, il rischio è che i dati vengano raccolti più volte, con criteri diversi o senza un responsabile della validazione.

Una piattaforma o un software ESG può supportare questo processo quando permette di centralizzare le informazioni, collegarle alle fonti, assegnare responsabilità e mantenere uno storico degli aggiornamenti. Lo stesso vale per strumenti legati all’LCA, alla Carbon Footprint, alla valutazione dei fornitori quando i dati di prodotto devono essere collegati anche alla rendicontazione aziendale.

Il passaporto digitale di prodotto richiederà dati tecnici, ambientali e di filiera più ordinati. Le aziende che iniziano a lavorare ora su mappatura dei prodotti, qualità delle fonti e responsabilità interne potranno affrontare gli obblighi con maggiore controllo, evitando di ricostruire le informazioni quando i requisiti saranno già applicabili.

AUTORE

Foto ritratto Alessandro Nora

Alessandro Nora

CEO e cofondatore

La volontà di Alessandro è quella di generare un impatto concreto sulla sostenibilità. Dopo aver fondato un marketplace di fashion sostenibile, sceglie di dedicarsi alla digitalizzazione dell’ESG con l’obiettivo di rendere la sostenibilità più concreta, misurabile e accessibile per le aziende. Founder attento e metodico, con esperienze tra Genova, Berlino e Lisbona, Alessandro unisce visione internazionale e rigore operativo nello sviluppo di soluzioni digitali che semplificano normative ESG e compliance, supportando le imprese nell’adeguamento a normative, certificazioni e rating ESG attraverso strumenti strutturati e audit-ready. Temi trattati: CSRD, CSDDD, EUDR, CBAM rating ESG, certificazioni ESG, Ecovadis, governance della sostenibilità, compliance normativa.

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