Direttive e Regolamenti UE ESG

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Pacchetto Omnibus e direttiva “stop-the-clock”: cosa cambia per il reporting di sostenibilità nel 2026

Pacchetto Omnibus e direttiva “stop-the-clock”: cosa cambia per il reporting di sostenibilità nel 2026

(Aggiornamento 2026)

Headshot Alessandro Nora
Alessandro Nora

Cos’è il pacchetto Omnibus

Il pacchetto Omnibus è un intervento di semplificazione normativa con cui la Commissione europea ha proposto di modificare diverse regole esistenti in materia di sostenibilità e investimenti. Per quanto riguarda il reporting ESG, l’obiettivo dichiarato è ridurre la complessità operativa e gli oneri amministrativi, mantenendo però l’impianto generale di trasparenza richiesto dal mercato e dalla regolazione europea. 

Sul piano sostanziale, la proposta Omnibus non elimina la logica del reporting di sostenibilità, ma ne ridimensiona il perimetro e ne alleggerisce alcune componenti. La Commissione ha indicato che, nell’area del sustainability reporting, le modifiche proposte porterebbero fuori dal campo di applicazione circa l’80% delle imprese inizialmente coinvolte. Resterebbero soggette soprattutto le aziende con più di 1.000 dipendenti e, nella proposta della Commissione, anche con oltre 50 milioni di euro di fatturato oppure oltre 25 milioni di euro di totale di bilancio

Questo punto è importante, perché segna un cambio di approccio: dall’idea di estendere rapidamente il reporting ESG a una base molto ampia di imprese, si passa a una logica più selettiva, concentrata sulle organizzazioni di maggiori dimensioni. 

Cos’è la direttiva “stop-the-clock”

La direttiva “stop-the-clock” è il provvedimento con cui l’UE ha rinviato formalmente l’applicazione di alcuni obblighi di reporting. In concreto, la direttiva (UE) 2025/794, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 16 aprile 2025, ha spostato in avanti di due anni l’entrata in applicazione degli obblighi per le imprese che avrebbero dovuto rendicontare per la prima volta sugli esercizi 2025 e 2026, cioè le cosiddette wave 2 e wave 3. La direttiva è entrata in vigore il 17 aprile 2025

In pratica, il meccanismo non cancella gli obblighi, ma li sospende temporaneamente per dare tempo ai colegislatori di concordare le modifiche sostanziali proposte con l’Omnibus. Anche il Consiglio dell’UE ha spiegato che lo scopo era fornire certezza giuridica alle imprese mentre proseguivano i lavori di semplificazione. Gli Stati membri devono recepire questa direttiva entro il 31 dicembre 2025

Questo significa che, nel 2026, molte aziende che si aspettavano di entrare nel perimetro del reporting obbligatorio hanno ottenuto più tempo. Ma significa anche che il 2026 non è un “anno vuoto”: è un anno di transizione, in cui prepararsi a un quadro che resta in evoluzione. 

Cosa cambia davvero per le aziende nel 2026

Il cambiamento più visibile riguarda due aspetti: tempistiche e perimetro.

Sul fronte delle tempistiche, la stop-the-clock ha rinviato le date di prima applicazione per le aziende di seconda e terza ondata. In termini pratici, le imprese che avrebbero dovuto iniziare a rendicontare per gli esercizi 2025 o 2026 non sono più tenute a farlo secondo il calendario originario. La Commissione europea riassume proprio così il senso della misura: il rinvio riguarda le società che avrebbero dovuto rendicontare per la prima volta negli esercizi finanziari 2025 o 2026. 

Sul fronte del perimetro, il pacchetto Omnibus ha proposto una forte restrizione. Nella proposta della Commissione, il reporting resterebbe obbligatorio solo per le grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e almeno una delle due soglie economiche sopra richiamate. Successivamente, il negoziato politico ha portato a una formulazione ancora più restrittiva in sede di accordo politico tra Consiglio e Parlamento, con riferimento a imprese con oltre 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo. A febbraio 2026 il Consiglio ha confermato questo assetto nell’ambito della semplificazione approvata. 

Per le aziende, questo crea un punto di attenzione molto concreto: nel 2026 coesistono regole già in vigore sul rinvio e modifiche sostanziali già concordate politicamente o approvate a livello UE, ma bisogna sempre distinguere tra il rinvio formalmente operativo e la disciplina definitiva applicabile in base all’avanzamento del processo normativo e al recepimento nazionale. 

Chi resta dentro e chi esce dal perimetro

Nella lettura più pratica per le aziende, il messaggio è questo: molte imprese che, secondo il disegno iniziale, si preparavano al reporting obbligatorio potrebbero oggi trovarsi fuori dal perimetro o comunque con tempi molto più lunghi.

Restano certamente rilevanti le imprese che erano già nella prima ondata, cioè quelle già tenute a iniziare il reporting prima del rinvio. La stop-the-clock, infatti, non ha sospeso i requisiti per chi era già partito. Sono invece proprio le società di seconda e terza ondata ad aver beneficiato del posticipo di due anni. 

Per i gruppi extra-UE, anche le soglie sono state alzate. Secondo il Consiglio, i requisiti aggiornati si applicano solo a gruppi non UE con oltre 450 milioni di euro di fatturato nell’UE, e con soglie più alte anche per filiali o succursali rilevanti nell’Unione. 

Il risultato è che il perimetro del reporting obbligatorio si restringe in modo netto. Ma questo non equivale a un venir meno della pressione informativa sul mercato.

Perché il reporting ESG resta importante anche fuori dall’obbligo

Il punto forse più importante, e spesso meno compreso, è che il restringimento del perimetro non elimina la domanda di dati ESG. Anzi, in molti casi la rende ancora più selettiva e più “di mercato”.

La Commissione, nella proposta Omnibus, ha esplicitamente collegato la semplificazione alla necessità di evitare che gli obblighi delle grandi imprese si scarichino in modo eccessivo sulle aziende più piccole della catena del valore. Questo significa che il tema della value chain resta centrale: anche se una PMI non è direttamente obbligata a pubblicare un report completo, può comunque continuare a ricevere richieste di dati da clienti, banche, investitori o capofiliera. 

In più, il Consiglio e il Parlamento hanno parlato di semplificazione del reporting, non di abbandono della trasparenza ESG. Le modifiche discusse puntano a rendere i requisiti più quantitativi, a rinunciare agli standard settoriali obbligatori e a focalizzarsi sui soggetti di maggiore dimensione, ma non mettono in discussione il fatto che le informazioni ambientali e sociali restino rilevanti per il sistema finanziario e per il mercato europeo. 

Per questo, nel 2026 molte aziende si trovano in una situazione particolare: potrebbero non avere più un obbligo immediato di reporting, ma hanno comunque un forte incentivo a strutturare i dati ESG, perché quei dati continuano a essere richiesti in sede di credito, procurement, due diligence e accesso al mercato.

Cosa succede agli standard ESRS

Un’altra area toccata dall’Omnibus riguarda gli ESRS, cioè gli standard europei di reporting di sostenibilità.

La proposta della Commissione e il successivo accordo politico hanno indicato chiaramente una direzione di semplificazione: riduzione del numero di datapoint richiesti, maggiore focalizzazione su informazioni più misurabili e superamento dell’idea di standard settoriali obbligatori. Il Parlamento europeo, nella sua documentazione di monitoraggio legislativo, ha riportato proprio che le semplificazioni vanno verso un reporting più quantitativo e con standard settoriali che diventano volontari, non più obbligatori. (Europarl)

Per le aziende questo ha due implicazioni. La prima è che il quadro tecnico di rendicontazione è ancora in movimento e richiede monitoraggio costante. La seconda è che, anche in un contesto semplificato, la vera difficoltà non sta solo nel numero di datapoint, ma nella capacità di raccogliere dati coerenti, tracciabili e verificabili lungo processi e supply chain.

Le implicazioni operative per le aziende

Dal punto di vista operativo, il 2026 non è l’anno in cui “si può aspettare e basta”. È, piuttosto, l’anno in cui conviene chiarire la propria posizione e costruire basi solide.

Le aziende dovrebbero anzitutto capire se rientrano ancora nel perimetro alla luce delle nuove soglie, tenendo conto che il quadro è stato modificato e che i dettagli applicativi dipendono anche dai testi finali e dal recepimento nei singoli Stati membri. Dovrebbero poi valutare se, pur essendo fuori dall’obbligo diretto, restano esposte a richieste di dati ESG lungo la catena del valore. Infine, dovrebbero considerare che i rinvii concessi dalla stop-the-clock non eliminano il bisogno di organizzare i dati: semplicemente spostano il momento in cui questi dati dovranno essere pronti in forma verificabile. (EUR-Lex)

In altre parole, il rischio per molte aziende è interpretare il rinvio come una pausa totale. In realtà, chi usa questo tempo per strutturare processi, KPI e raccolta dati arriverà molto più preparato quando il quadro normativo sarà definitivamente consolidato.

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In questa fase di transizione, il valore non sta solo nel capire se un obbligo è stato rinviato, ma nel costruire un sistema che renda il reporting ESG gestibile e affidabile.

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Negli ultimi mesi, il quadro normativo europeo sulla sostenibilità è cambiato in modo rilevante. Con il pacchetto Omnibus presentato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2025 e con la successiva direttiva “stop-the-clock”, l’Unione Europea ha scelto di rallentare e semplificare una parte del percorso di implementazione delle regole sul reporting ESG.

Per molte aziende, il tema non è solo capire se gli obblighi siano stati rinviati, ma comprendere cosa cambia davvero: quali imprese restano nel perimetro, quali escono, quali tempistiche si spostano e perché, nonostante tutto, i dati ESG continuano a essere centrali per banche, investitori e grandi clienti. 

In questo articolo vediamo quindi cosa sono il pacchetto Omnibus e la direttiva stop-the-clock, quali modifiche hanno introdotto al reporting di sostenibilità e quali implicazioni pratiche hanno per le aziende nel 2026.

Cos’è il pacchetto Omnibus

Il pacchetto Omnibus è un intervento di semplificazione normativa con cui la Commissione europea ha proposto di modificare diverse regole esistenti in materia di sostenibilità e investimenti. Per quanto riguarda il reporting ESG, l’obiettivo dichiarato è ridurre la complessità operativa e gli oneri amministrativi, mantenendo però l’impianto generale di trasparenza richiesto dal mercato e dalla regolazione europea. 

Sul piano sostanziale, la proposta Omnibus non elimina la logica del reporting di sostenibilità, ma ne ridimensiona il perimetro e ne alleggerisce alcune componenti. La Commissione ha indicato che, nell’area del sustainability reporting, le modifiche proposte porterebbero fuori dal campo di applicazione circa l’80% delle imprese inizialmente coinvolte. Resterebbero soggette soprattutto le aziende con più di 1.000 dipendenti e, nella proposta della Commissione, anche con oltre 50 milioni di euro di fatturato oppure oltre 25 milioni di euro di totale di bilancio

Questo punto è importante, perché segna un cambio di approccio: dall’idea di estendere rapidamente il reporting ESG a una base molto ampia di imprese, si passa a una logica più selettiva, concentrata sulle organizzazioni di maggiori dimensioni. 

Cos’è la direttiva “stop-the-clock”

La direttiva “stop-the-clock” è il provvedimento con cui l’UE ha rinviato formalmente l’applicazione di alcuni obblighi di reporting. In concreto, la direttiva (UE) 2025/794, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 16 aprile 2025, ha spostato in avanti di due anni l’entrata in applicazione degli obblighi per le imprese che avrebbero dovuto rendicontare per la prima volta sugli esercizi 2025 e 2026, cioè le cosiddette wave 2 e wave 3. La direttiva è entrata in vigore il 17 aprile 2025

In pratica, il meccanismo non cancella gli obblighi, ma li sospende temporaneamente per dare tempo ai colegislatori di concordare le modifiche sostanziali proposte con l’Omnibus. Anche il Consiglio dell’UE ha spiegato che lo scopo era fornire certezza giuridica alle imprese mentre proseguivano i lavori di semplificazione. Gli Stati membri devono recepire questa direttiva entro il 31 dicembre 2025

Questo significa che, nel 2026, molte aziende che si aspettavano di entrare nel perimetro del reporting obbligatorio hanno ottenuto più tempo. Ma significa anche che il 2026 non è un “anno vuoto”: è un anno di transizione, in cui prepararsi a un quadro che resta in evoluzione. 

Cosa cambia davvero per le aziende nel 2026

Il cambiamento più visibile riguarda due aspetti: tempistiche e perimetro.

Sul fronte delle tempistiche, la stop-the-clock ha rinviato le date di prima applicazione per le aziende di seconda e terza ondata. In termini pratici, le imprese che avrebbero dovuto iniziare a rendicontare per gli esercizi 2025 o 2026 non sono più tenute a farlo secondo il calendario originario. La Commissione europea riassume proprio così il senso della misura: il rinvio riguarda le società che avrebbero dovuto rendicontare per la prima volta negli esercizi finanziari 2025 o 2026. 

Sul fronte del perimetro, il pacchetto Omnibus ha proposto una forte restrizione. Nella proposta della Commissione, il reporting resterebbe obbligatorio solo per le grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e almeno una delle due soglie economiche sopra richiamate. Successivamente, il negoziato politico ha portato a una formulazione ancora più restrittiva in sede di accordo politico tra Consiglio e Parlamento, con riferimento a imprese con oltre 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto annuo. A febbraio 2026 il Consiglio ha confermato questo assetto nell’ambito della semplificazione approvata. 

Per le aziende, questo crea un punto di attenzione molto concreto: nel 2026 coesistono regole già in vigore sul rinvio e modifiche sostanziali già concordate politicamente o approvate a livello UE, ma bisogna sempre distinguere tra il rinvio formalmente operativo e la disciplina definitiva applicabile in base all’avanzamento del processo normativo e al recepimento nazionale. 

Chi resta dentro e chi esce dal perimetro

Nella lettura più pratica per le aziende, il messaggio è questo: molte imprese che, secondo il disegno iniziale, si preparavano al reporting obbligatorio potrebbero oggi trovarsi fuori dal perimetro o comunque con tempi molto più lunghi.

Restano certamente rilevanti le imprese che erano già nella prima ondata, cioè quelle già tenute a iniziare il reporting prima del rinvio. La stop-the-clock, infatti, non ha sospeso i requisiti per chi era già partito. Sono invece proprio le società di seconda e terza ondata ad aver beneficiato del posticipo di due anni. 

Per i gruppi extra-UE, anche le soglie sono state alzate. Secondo il Consiglio, i requisiti aggiornati si applicano solo a gruppi non UE con oltre 450 milioni di euro di fatturato nell’UE, e con soglie più alte anche per filiali o succursali rilevanti nell’Unione. 

Il risultato è che il perimetro del reporting obbligatorio si restringe in modo netto. Ma questo non equivale a un venir meno della pressione informativa sul mercato.

Perché il reporting ESG resta importante anche fuori dall’obbligo

Il punto forse più importante, e spesso meno compreso, è che il restringimento del perimetro non elimina la domanda di dati ESG. Anzi, in molti casi la rende ancora più selettiva e più “di mercato”.

La Commissione, nella proposta Omnibus, ha esplicitamente collegato la semplificazione alla necessità di evitare che gli obblighi delle grandi imprese si scarichino in modo eccessivo sulle aziende più piccole della catena del valore. Questo significa che il tema della value chain resta centrale: anche se una PMI non è direttamente obbligata a pubblicare un report completo, può comunque continuare a ricevere richieste di dati da clienti, banche, investitori o capofiliera. 

In più, il Consiglio e il Parlamento hanno parlato di semplificazione del reporting, non di abbandono della trasparenza ESG. Le modifiche discusse puntano a rendere i requisiti più quantitativi, a rinunciare agli standard settoriali obbligatori e a focalizzarsi sui soggetti di maggiore dimensione, ma non mettono in discussione il fatto che le informazioni ambientali e sociali restino rilevanti per il sistema finanziario e per il mercato europeo. 

Per questo, nel 2026 molte aziende si trovano in una situazione particolare: potrebbero non avere più un obbligo immediato di reporting, ma hanno comunque un forte incentivo a strutturare i dati ESG, perché quei dati continuano a essere richiesti in sede di credito, procurement, due diligence e accesso al mercato.

Cosa succede agli standard ESRS

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La proposta della Commissione e il successivo accordo politico hanno indicato chiaramente una direzione di semplificazione: riduzione del numero di datapoint richiesti, maggiore focalizzazione su informazioni più misurabili e superamento dell’idea di standard settoriali obbligatori. Il Parlamento europeo, nella sua documentazione di monitoraggio legislativo, ha riportato proprio che le semplificazioni vanno verso un reporting più quantitativo e con standard settoriali che diventano volontari, non più obbligatori. (Europarl)

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Le aziende dovrebbero anzitutto capire se rientrano ancora nel perimetro alla luce delle nuove soglie, tenendo conto che il quadro è stato modificato e che i dettagli applicativi dipendono anche dai testi finali e dal recepimento nei singoli Stati membri. Dovrebbero poi valutare se, pur essendo fuori dall’obbligo diretto, restano esposte a richieste di dati ESG lungo la catena del valore. Infine, dovrebbero considerare che i rinvii concessi dalla stop-the-clock non eliminano il bisogno di organizzare i dati: semplicemente spostano il momento in cui questi dati dovranno essere pronti in forma verificabile. (EUR-Lex)

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